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Paolo Malaguti racconta i barcari del Grande Fiume e l'alluvione del '66

Il finalista al Premio Campiello presenta il romanzo di formazione "Se l'acqua ride"

Paolo Gualandris

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pgualandris@laprovinciacr.it

21 Luglio 2021 - 16:29

CREMONA - “Forse sta lì il segreto: è vero che tutto cambia, come l’acqua dei fiumi, che un giorno ride chiara e trasparente, l’altro ringhia nera e vorticosa. Ma è anche vero che le cose, per altra via, resistono e sono dure a morire, di nuovo come l’acqua, che resta sempre lei, e fa sempre lo stesso giro”. Sulla corrente dei fiumi nulla cambia mai davvero. Ma è proprio così? Il giovanissimo Ganbeto ha un piede nel vecchio e uno nel nuovo e dovrà imparare la lezione più dolorosa di tutte: per crescere bisogna sempre lasciare indietro qualcosa. Nonostante il fatto che «poche cose restavano chiare, nella sua mente: che Pellestrina è un’isola magnifica. Che il mare ti entra dentro più dei fiumi. Che, soprattutto, non avrebbe mai fatto altro nella vita: il barcaro era l’arte per la quale sentiva di essere nato». È il 1966, l’anno della grande alluvione, il ragazzino conquista i canali sul burchio del nonno Caronte, imparando a vivere a colpi di remo. A raccontare la sua trasformazione è Paolo Malaguti, lo scrittore protagonista del nuovo appuntamento settimanale della rubrica letteraria condotta da Paolo Gualandris. Un grande, delicato e profondo affresco di un’epoca quello “dipinto” da Malaguti. Un romanzo che, dopo essere stato candidato al Premio Strega, ha conquistato i giurati del Premio Campiello, che lo hanno portato a entrare nella prestigiosa cinquina dei finalisti. Una storia leggera e malinconica, l’educazione al mondo di un adolescente, apprendista barcaiolo nel Veneto, il racconto allo stesso tempo crudo e poetico di un mondo che non c’è più.  Una storia di sconcertante semplicità e bellezza.


Al timone degli affusolati burchi dal fondo piatto, racconta Malaguti, da sempre i barcari trasportavano merci lungo la rete di acque che si snoda da Cremona a Trieste, da Ferrara a Treviso. Quando Ganbeto sale come mozzo sulla Teresina del nonno Caronte, l’estate si fa epica e avventurosa. Sono i ruggenti anni ’60, nelle case entrano il bagno e la televisione in bianco e nero, Carosello e il maestro Manzi. Malaguti è docente di Lettere nella provincia di Treviso e di Vicenza. Alla domanda “Cosa le piace del suo lavoro di scrittore e cosa non le piace?” si spiega così: “La risposta è probabilmente banale, ma tant’è: mi piace la costruzione del libro, soprattutto nei suoi passaggi più critici. Mi piace quando la trama si inchioda per un passaggio difficile, per una svista da sanare nell’intreccio, o per una deviazione che mi piacerebbe inserire, ma che sembra non volersi incastonare a dovere nell’evoluzione del racconto. È in quei momenti che in qualche modo sollevo la testa dal qui e ora del cantiere di scrittura, del singolo capitolo o della singola pagina, e guardo il progetto nel suo insieme, studiandone l’aspetto e saggiandone la resistenza. E allora mi piace davvero inventare, progettare, dare libero sfogo alla fantasia per uscire dal vicolo cieco in cui mi sono infilato senza infrangere le regole della narrativa. Cosa non mi piace… In effetti posso dire cosa mi piace di meno, come ad esempio le fasi più meccaniche della revisione delle bozze, delle correzioni formali, delle riletture prima della stampa… ma, anche dal momento che la scrittura non è la mia professione principale, e che mi dedico a questa attività per passione e divertimento, ogni sua fase ha almeno un aspetto chi mi affascina”.

Nel mondo raccontato da Malaguti quello del barcaro è un mestiere antico, ma l’acqua non dà certezze, e molti uomini sono costretti a impiegarsi come operai nelle grandi fabbriche. A bordo della Teresina, Ganbeto si sente invincibile. Gli attracchi, le osterie, le burrasche, il mare e la laguna, le campane di piazza San Marco, i coloriti modi di dire di Caronte e i suoi cappelli estrosi, le ragazze che s’incontrano lungo le rotte.  La vita la scopre tutta nell’arco di due estati, navigando sui fiumi, sperimentando gioie e fatiche, vivendo i primi turbamenti amorosi, e intanto si sentirà crescere dentro un sentimento amaro, l’avvertimento che qualcosa intorno sta cambiando. L’ultima estate di Ganbeto sul burchio col nonno sarà a tutti gli effetti un viaggio di commiato. Il ragazzino andrà poi apprendista in un’officina, conquisterà una vita in qualche modo più stabile e sicura: una ragazza che lo ama, la Vespa che ha tanto sognato. E però rimarrà il rimpianto per l’avventura, la malinconia per la perdita della vita sul fiume, avvertita da sempre come un richiamo del destino. Certo, tre minuti possono sembrare pochi per raccontare tutto ciò, ma Malaguti riesce a trasmettere a chi lo ascolta il piacere della sua scrittura innescando quella della lettura. Perché la letteratura è un antidoto contro le malattie della vita.

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