L'ANALISI
15 Gennaio 2018 - 04:00
Egregio direttore,
riporto un episodio increscioso avvenuto in una parrocchia della zona. Come da sempre ci hanno insegnato uno dei ruoli di un parroco è quello di portare conforto e speranza in una famiglia colpita da una tragedia. La tragedia della mia famiglia è quella di aver perso mio padre in brevissimo tempo, tre mesi. Tre mesi colmi di strazio, dolore e disperazione nel vedere mio padre spegnersi giorno dopo giorno; il fondamentale aiuto fisico e psicologico, oltre che da amici e parenti, ci è stato dato soprattutto dai medici e dagli infermieri delle cure palliative dell’ospedale di Crema che non solo accompagnano i malati nel loro ultimo cammino affinché sia senza sofferenze, dolori, patimenti e che sia sereno, ma anche e soprattutto sostengono i familiari portando loro conforto e appoggio. Una volta entrato in coma, a mio padre potevamo ‘solo’ somministrare farmaci per evitare i sintomi indotti dalla neoplasia, quali crisi epilettiche, soffocamento e dolori atroci alla testa; non potevamo nemmeno somministrare una semplice flebo di fisiologica perché, nelle sue condizioni, i liquidi si sarebbero accumulati nell’organo più debole, il polmone, e sarebbe morto per soffocamento. Ma il dolore e lo strazio provocati dalle condizioni di mio padre non sono paragonabili a quelli provocati dalle parole di un parroco pronunciate, senza cognizione di causa (ha effettuato studi di filosofia e teologia) e tra l’altro nel bar di un oratorio (non tenendo conto della privacy della famiglia e dei medici), dove ha espresso di fronte a diverse persone il suo pensiero: ‘Non è possibile non fare nemmeno una flebo a quell’uomo, lo stanno facendo morire di fame e di sete, non può una persona non bere! Lo stanno uccidendo’. Con queste parole, oltre ad aver messo in discussione il lavoro dei medici e degli infermieri delle cure palliative, ha fatto sprofondare ancora di più nel baratro della disperazione la nostra famiglia, facendoci sentire come delle aguzzine pronte a causare sofferenze al proprio caro; un cuore stretto nella morsa di un filo spinato non avrebbe sanguinato come quello mio e di mia madre. Dopo ciò ho deciso di organizzare un incontro tra il parroco e il medico che seguiva mio padre, affinché potesse spiegargli le condizione cliniche e lo scopo delle terapie in atto; ho espresso anche ciò che le sue parole avevano provocato in me e mia madre, mi sarei aspettate delle scuse, per la nostra famiglia e per i medici, e invece nulla. A questo punto mi chiedo: come può un servo della Chiesa pronunciare frasi così ingiuriose? Come possono i credenti pensare di trovare un appoggio in esso?
Michela Miragoli
(Cremosano)
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Non aggiungo altro. La sua lettera merita una riflessione seria. Il dibattito è aperto a tutti coloro che voglion intervenire.
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