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Dio si fa uomo e scopre l'amore e la malattia

"Hotel Padreterno" è l'ultimo, visionario e magnifico libro di Roberto Pazzi

Paolo Gualandris

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pgualandris@laprovinciacr.it

20 Ottobre 2021 - 06:05

CREMONA - Alzi la mano chi non ha mai sognato di volare sul dorso di un drago? A Davide è capitato. Addirittura in compagnia del Padreterno, giunto sulla terra sotto mentite spoglie per cercare di capire meglio l’umanità. Il drago è quello scappato da un dipinto di Paolo Uccello agli Uffizi nel quale non vuole più rientrare e il volo è stato negli splendidi cieli della Toscana. Accade  anche  questo in «Hotel Padreterno», ultimo, visionario e magnifico libro di Roberto Pazzi,  che lo racconta con appassionata ironia, ma profondo senso di amore per l’umanità nella puntata di «Tre minuti un libro».

 

 

 

 

 

 

 


«Mi vorrebbero da tutte le parti, pur con nomi diversi», pensa il protagonista  che si chiama, per l’appunto, Giovanni Eterno: se è vero che nel nome c’è il destino di un uomo, e in questo caso di tutti gli uomini, quel signore di una certa età che si aggira in un’Italia egoista e in crisi demografica non può che essere Dio. Ha scelto di compiere un viaggio fra il divino e l’umano  Pazzi, in cui grazie alla magistrale forza visionaria riesce a calare la divinità nei limiti di un’umanità però proiettata verso l’infinito. Ma perché Dio scende tra gli uomini? Spiega l’autore: «Diciamo che in Paradiso  si annoiava molto il Padreterno. Si badi bene, il Padreterno, non il figlio, con il quale avrà delle discussioni molto combattute, quel figlio che ha sempre 33 anni  mentre lui si  incarna in un corpo di 78 anni con tutta la decadenza, gli acciacchi, i problemi, perché vuole provare come si sta. In cielo tra i santi e gli angeli era una noia  mortale, la noia dell’assoluto di questo eterno  meriggio dell’eternità. In fondo poi aveva già inviato due millenni fa un figlio per tentare di capire meglio l’umano nel suo immenso amore per le sue creature. E a questo punto io lo colgo, nel momento in cui non riesce a capire come mai in Europa, e in Italia soprattutto, non si  vogliono più  fare figli. Crescete e moltiplicatevi? No, gli uomini di ribellano a questo che è il primo dei comandamenti. E la cosa lo allarma, lo inquieta  lo preoccupa. In modo tale che si fa carico della curiosità e dell’amore per capirne le ragioni».

 

 

 

 

 

 

 


Questo vecchio Padreterno che è incuriosito dell’umano vuole  provare la malattia, la vecchiaia... la vita. Si innamora pure, e comincia a capire il piacere dei sensi,  gli piace stare a tavola. È tutto una prima volta per lui. Eterno, però, giunto quaggiù, scopre un mondo «inquieto» e tenta coi suoi miracoli  di porre rimedio a una realtà spesso impossibile da accettare. Vuole capirla fino in fondo e resta nonostante in Paradiso santi e beati minaccino la ribellione per il prolungarsi della sua assenza. «Sono partito dal dato inquietante dell’inverno demografico nel nostro Paese - spiega ancora lo scrittore - cioè dalla mancanza di proiezione in avanti della società, dall’egoismo, dal bisogno di vivere per essere invidiati e di non pensare mai a chi verrà dopo, e quindi ai figli». Nel libro l’attrazione per la dimensione terrena diventa sempre più irresistibile per Eterno, come una forza di gravità. Sullo sfondo della sua città - non poteva che essere Roma - salva Davide guarendolo da una malattia mortale. Tra il vecchio  e il bambino si stabilisce subito una specie di complicità. Davide gli chiede «ma quanti anni hai?». Lui ci pensa e risponde: «Mah,  veramente  mi fai pensare di non essere mai nato». Davide di rimando:  «Come non sei mai nato? Ma c’è qualcuno che ti bada? Ma stai poco bene?». Comincia a questo punto un  dialogo e il vecchio capisce subito che questo bambino ha un male  gravissimo. «Io mi ricordavo di quella  protesta che fa Fëdor Dostoevskij:  come si fa a credere in dio con il male dei bambini?», sottolinea Pazzi a mo’ di giustificazione del miracolo della guarigione. Un’amicizia che è la complicità di aver un segreto in comune: entrambi sanno chi è veramente Giovanni.

 

 

 

 

 

 


Il prodigio è compiuto, ne arriveranno altri, ma più aiuta gli uomini più si fonde e confonde con loro. Mentre si moltiplicano i confronti, anche litigiosi, col Figlio, di persona, al cellulare, come farebbero un padre e un figlio qualsiasi. Lui sì che sa, è già passato da questa esperienza, sa dove porta, ma ha comunque percorso quella strada diventata calvario. Giovanni arriva perfino a innamorarsi di Anna, la madre del bambino guarito. E nell’amore si perde, come farebbe l’Orlando furioso di Ludovico Ariosto, ferrarese proprio come Pazzi. «Lui che è Dio non ha mai provato la dimensione del tempo - continua l’autore - il divino ha bisogno dell’umano. Ed ecco che un Dio sempre ritenuto astratto e lontano ora invece passa attraverso un abbassamento del proprio tasso di assoluto per poter condividere uno sguardo attraverso la finestra dei sensi». La malattia, il Parkinson, fa il resto, il protagonista non è più solo e fragile, ma anche mortale e per questo meravigliosamente unico. Amore e morte sono inscindibili, si può comprendere la forza immensa del primo solo perché esiste la seconda, nella fine del sentimento più grande si riverbera il suo infinito.

 

 

 

 

 

 

 


Pazzi fa «atterrare» il Padreterno in Italia perché, come dice lui stesso  a un certo punto  «io ho un debole per i perdenti». Conferma Pazzi: «Tenevo per i troiani a scuola, non per i greci, tenevo per Ettore. Adesso gli italiani con Mario Draghi  a palazzo Chigi si stanno risollevando. E va benissimo,  io adoro il mio popolo, so che ha dei valori,  diciamo che mi preoccupava molto  la sua disaffezione alla perfezione, il loro bisogno di lasciarsi andare, il loro cupio dissolvi, che in latino vuole dire attrazione per la morte.  Quando il Padreterno si innamora, e voi sapete bene che amore e morte  sono due temi che si collegano come ci ha insegnato Leopardi, si rende conto che voler provare questa grande avventura dell’innamoramento significa andare verso la vecchiaia». 

 

 

 

 

 

 

 


«Nonno ma perché non togli la morte dal  mondo?», gli chiede  Davide. E lui: «Ci sto pensando perché la Morte è stanca, quando  capisce che Dio vuole provarla, la Morte  gli dice: «Mi è costato già tanto l’altra volta con il tuo figlio, non mi chiedere questo. Anzi, ora lasciami andare, lasciami riposare». «Mandarti in pensione? - risponde il Padreterno- Ma come faccio, dove ti metto, non ti vorrà nessuno. Ma sì, ti metterai in un angolo della mente degli uomini,  diventerai  un’amnesia, ti dimenticheranno, tanto lo so che poi torneranno a ricordarti  perché senza di te gli uomini non possono stare». 

 

 

 

 

 

 

 

 


«Questo è il problema della noia dell’immortale  di Borges, il rifiuto della morte di Ulisse con Calipso», chiosa Pazzi, spiegando di essere credente «a modo mio molto, ma molto a modo mio. So  che ogni tanto Dio c’è, ma non so come si rapporti a me.  E anche questo libro ne è la prova. L’ho scritto prima della pandemia, che è stata provvidenziale, perché ha scritto lei un’altra parte del libro soprattutto il rapporto con la morte: nel frattempo ho avuto un cancro  e un anno fa ho rischiato di morire. Da quel momento la curvatura del mio libro si è arricchita di questa coloritura maggiore. Ho vissuto in prima persona tutto questo, ma ora sono qui a raccontarlo, quale gioia più grande?».  «Hotel Padreterno» è un libro coraggioso, si apre alla società, rompe col tabù contemporaneo della morte, sprona alla vita, alla procreazione, insegue la scintilla di eternità che, come ricorda il titolo, alberga in ognuno di noi. E regala un miracolo finale, che però non si può raccontare».

 

 

 

 

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