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Carofiglio: "Quanto pesano le parole nelle sentenze giudiziarie..."

Lo scrittore ed ex magistrato presenta il nuovo romanzo d'investigazione "La disciplina di Penelope"

Paolo Gualandris

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pgualandris@laprovinciacr.it

22 Settembre 2021 - 06:30

CREMONA -  «A volte succede, per difetto di cultura o per altri motivi, che gli atti giudiziari contengano giudizi sulle persone che non sono ammissibili. I magistrati non hanno un magistero morale rispetto al mondo di cui si occupano, ma sono degli importantissimi funzionari che esercitano una funzione decisiva nella quale sono richiesti equilibrio, consapevolezza e cultura. E soprattutto percezione di qual è la materia su cui si lavora, cioè le vite delle persone».  A parlare è Gianrico Carofiglio e quello cui accenna è uno dei temi portanti del suo ultimo romanzo, «La disciplina di Penelope», di recente mandato in libreria per Mondadori e - come accade per tutte le opere dello scrittore barese - subito balzato nell’Olimpo delle classifiche di vendita. Proprio Carofiglio è il protagonista dell’appuntamento settimanale della video rubrica «Tre minuti un libro». In realtà, essendo stata una chiacchierata profonda, serve qualcosa in più più dei tre minuti per seguirla fino in fondo... ma il personaggio merita tutto il tempo che il lettore gli vorrà dedicare.


L'INDOVINELLO DI PENELOPE

Penelope, Penny per gli amici, è la protagonista. Carofiglio ne riassume così la prima avventura così: «La storia è quella di un’investigazione molto classica, ha le caratteristiche di quello che a me piace chiamare, più che romanzo poliziesco, romanzo di investigazione. Penelope viene incaricata da un signore dall’aspetto, dall’aria e dalla vita piuttosto scialba di indagare sull’omicidio della di lui moglie di cui si sono occupate già la procura e la squadra mobile senza successo. Il problema di quest’uomo che il principale sospettato di quell’indagine era proprio lui. Il procedimento finisce con l’archiviazione, ma l’archiviazione contiene parole di dubbio proprio su quest’uomo. Ed è la preoccupazione che la figlia ora piccola, qualche anno dopo possa fare delle domande  e trovarsi di fronte a quelle parole di dubbio su quella morte di sua madre che induce l’uomo a chiedere un supplemento di indagine privata. Da lì parte l’indagine, sulla quale all’inizio Penelope era riluttante: è un po’ un topos di questo genere  di romanzi. L'indagine poi si sviluppa, come è naturale che sia, in una direzione del tutto diversa e, mi piace pensarlo, sorprendente rispetto a quella a cui si poteva pensare all’inizio. Mi piace pensare anche che il finale abbia un senso non soltanto nella prospettiva di chi ha commesso l’omicidio, ma anche nell'ottica di suggerire qualcosa sul modo in cui noi tutti guardiamo il mondo, sui pregiudizi che molto spesso ci inducono a mal interpretare quello che ci circonda e quindi a non capirlo». E infatti la chiave  di volta dell’investigazione è  nella risposta a un indovinello, che  fa vedere il  mondo a livello laterale rispetto alla visione che abbiamo noi con i nostri pregiudizi.

IL PRINCIPIO DELL'ICEBERG

Penelope, dunque, è una ex magistrato che ha lasciato la toga per una questione che probabilmente la vede incolpevole. «Sì, questo è il tema principale, il vero mistero di Penelope. Faceva il pubblico ministero e a quanto pare era anche brava visto che continua anche dopo a fare, seppure  in maniera un po’ atipica, l’investigatrice. Ma poi è successo qualcosa per cui forse è stata radiata, forse è andata via lei dalla magistratura e questo è un punto di legittima forte curiosità da parte del lettore. Prometto che nel prossimo romanzo si saprà quello che io sapevo già scrivendo il primo. Perché qui è bene chiarire una questione che ha a che fare con l’etica della scrittura: tu poi anche lasciare qualcosa di irrisolto nel senso di non esplicitato, puoi lasciare sospeso un mistero  su un personaggio o sulla storia perché può far parte della tecnica narrativa, ma lo puoi fare soltanto se tu, scrittore o scrittrice, sai qual è la risposta a quella domanda. Quello che Hemingway chiamava  il principio dell’iceberg: lo scrittore deve sapere della sua storia e dei suoi personaggi molto di più di quello che scrive nel libro, quello che c’è nel libro è la punta dell’iceberg quello che che lo scrittore sa o deve sapere, perché i personaggi siano vincenti e la storia abbia una struttura solida è molto di più e rimane nascosto».


A BREVE IL SEQUEL

Con queste premesse Penelope  sembra destinata a diventare seriale.  «In realtà non è nata per diventarlo, come non lo erano altri personaggi miei che poi sono tornati in altri romanzi. L’accordo  con la Mondadori era di scrivere un poliziesco in senso stretto e mi sono inventato questo personaggio femminile: era da tempo che avevo voglia di raccontare una storia da un punto di vista femminile e infatti è scritto in prima persona. E mi sono inventato questo personaggio che quasi autonomamente,  come accade,  ha nascosto alcune cose di sé nel corso della narrazione. Era Calvino che diceva ‘scrivere è nascondere qualche cosa in modo che poi venga trovata’. Ecco credo che in  questo più che in altri ciò sia accaduto. E quando  il romanzo era finito molte cose erano rimaste nascoste,  il romanzo finisce con molte domande senza risposta.  Io so, sapevo già allora, quali erano; molti lettori hanno chiesto di conoscere le risposte. Mi sembra una domanda  legittima. E quindi ci sarà almeno sicuramente un prossimo romanzo nell’anno nuovo con la stessa protagonista in cui alcune domande riceveranno una risposta».

L'ETICA DEL LINGUAGGIO

Centrale, come detto, il rapporto che hanno i magistrati con gli indagati. Il  padre «non assassino» viene scagionato, ma il magistrato si permette di scrivere  che  su di lui  gravano comunque  «inquietanti sospetti» senza pensare che dietro un nome c’è una persona una famiglia,  una storia e quegli «inquietanti sospetti» potrebbero rovinargli l’esistenza. Cosa che infatti fanno. Quindi i magistrati hanno grandi responsabilità in questo senso. «Spesso si pensa che i doveri e l’etica di chi fa il magistrato e fa l’investigatore riguardi soltanto il rispetto formale o anche sostanziale delle regole di procedura e questo, naturalmente, è un tema importante su cui poi, nel nuovo romanzo Penelope si soffermerà, ma c’è anche un’etica del linguaggio che è un tema che in generale mi sta molto a cuore che ha che fare con chi esercita il potere sulle altre persone: io ti posso prosciogliere e dire però che ho la personale convinzione che tu sia colpevole di un delitto abominevole; certo tu non andrai in galera ma questa espressione, quindi questo stigma rimarrà su di te e nessuno potrà farci nulla . Una delle cose su cui i magistrati devono prestare attenzione, e io personalmente lo facevo, spero, quando facevo il magistrato che non sono soltanto i provvedimenti a lasciare traccia nelle persone. Le parole sono pesantissime  in certi contesti. E compito di una magistrato è quello di dire  che cosa è emerso dal procedimento e se quello che è emerso dal procedimento è sufficiente o meno per la condanna di un indagato, di un imputato. La sto estremamente semplificando, sia chiaro», precisa lo scrittore nel confermare che si tratta di uno dei suoi cavalli di battaglia; non a caso ha pubblicato per Laterza, nel 2015, «Con parole precise, breviario di scrittura civile».


LO STIGMA DE PREGIUDIZIO

Le considerazioni di Carofiglio, di fatto riportano all’altro tema centrale del romanzo:  c’è un pregiudizio, i fatti non lo confermano, ma nelle carte il pregiudizio resta. E fa danni. Sulla qualità della scrittura di Carofiglio sono state spese molte parole; l’ennesimo saggio di questa bravura che - come si suol dire - ti tira dentro -  è la sua capacità di coinvolgere il lettore sulla psicologia dei personaggi. Ebbene, Penelope la tratteggia  in modo straordinario attraverso il  modo di parlare delle persone che incontra.  Il padre, per esempio, è un piccolo criminale. Dietro le poche frasi che questi due pronunciano  c’è tutto il personaggio,  che il lettore finisce per immaginare addirittura anche fisicamente.  «È un tema centrale, ogni bravo scrittore, ogni bravo investigatore (le due professioni hanno parecchie singolari coincidenze) dev’essere capace di ascoltare quello che dicono gli altri e come lo dicono. La scelta di una parola anziché un’altra può spalancare un orizzonte interiore diversissimo. Usare parole fredde e distanti può significare alcune cose, soprattutto se la materia di cui si parla invece dovrebbe essere emotiva, dire troppe cose e troppe cose non necessarie rispetto a un racconto di fatti può essere a volte il sintomo di menzogne, il parlare in una certa maniera può significare un bisogno di auto protezione, un tentativo di autodifesa  oppure una forma di aggressività. Il lessico è un tema affascinante per interpretare le persone quando ci parli, non solo quando le leggi».

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Commenti all'articolo

  • Aletti.renzo

    24 Settembre 2021 - 10:29

    Ma pesano di più gli sciacallaggi politici.... sentenza di ieri della corte di Appello di Palermo docet

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