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Lunedì 19 Aprile 2021

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2 marzo 1991

Tregua nel Golfo. Bush: guai ai vinti

Kuwait City festeggia ma conta le sue ferite

Tregua nel Golfo. Bush: guai ai vinti

La tregua nel Golfo tiene. Oggi i comandanti militari dell'esercito sconfitto si incontreranno a Bassora per stabilire in modo inequivocabile i termini della cessazione permanente delle ostilità. Bush si augura che i termini americani verranno rispettati, e aggiunge: «O forse è il caso di dire che farebbero bene a rispettarli». Alla Casa Bianca il segretario alla Difesa, Cheney, ha usato un tono non molto dissimile, lasciando intendere che da un momento all'altro le forze armate americane potrebbero abbandonare la posizione difensiva assunta nelle ultime ore e far scattare una nuova offensiva. «Abbiamo distrutto il loro esercito. Abbiamo gettato Baghdad nel buio, e adesso se non si impegnano a rispettare in modo esplicito le risoluzioni dell'Onu vanno in cerca di nuovi dolori». In particolare Cheney ha fatto riferimento ad attacchi di Scud contro Israele o all'ipotesi che gli iracheni possano rifiutarsi di liberare immediatamente i prigionieri di guerra.

Dal Pentagono comunque sono giunte notizie che il cessate il fuoco è stato rispettato in larga misura. Solo in taluni casi ci sono stati scontri con truppe irachene talmente isolate dai Comandi da ignorare che la guerra era già finita.

Washington non conferma le voci di fuga di Saddam e la richiesta di asilo all'Algeria.

Kuwait City festeggia ma conta le sue ferite
KUWAIT CITY — Kuwait City continua a festeggiare la liberazione sotto un cielo color piombo. Il fumo dei pozzi in fiamme, i cui bagliori illuminano sinistramente di notte l'orizzonte, si alza dal terreno in tante colonne compatte, che si dirigono verso l'alto e sono visibili a grande distanza, ombre più scure nella foschia perenne che avvolge ormai la città. Il sole non riesce a filtrare oltre la spessa coltre grigia, e i colori della capitale sono quelli delle ore che precedono l'alba. Anche la temperatura è più bassa del solito e la notte fa freddo. Il disastro ecologico provocato dalle truppe di Saddam Hussein, dicono a Kuwait City, resterà uno dei segni più crudi dell'occupazione. Il pozzo di Mina Al Ahmadi, pochi chilometri a Sud della città, è stato ribattezzato dagli invasori «Mina Hussein». Nessuno ancora ha cancellato la nuova dizione dai cartelli lungo l'autostrada, e forse non è stata una dimenticanza. La città adesso apre gli occhi e tocca con mano le sue ferite. Per mesi rinchiusi in casa, quelli che non sono riusciti a fuggire dopo l'invasione avevano perso i contatti con parenti e amici.

Adesso ci si incontra per la strada e ci si abbraccia, felici di scoprirsi ancora vivi, e si ascoltano racconti di altre atrocità successe a qualche chilometro di distanza. «Negli ultimi tempi — racconta Ahmed, membro della resistenza — gli iracheni avevano paura ad entrare nelle case, temevano di trovare qualcuno armato e di lasciarci la pelle. Allora aspettavano in strada il momento opportuno; per noi andare in moschea a pregare, oppure avvicinarsi ai bidoni per l’immondizia, voleva dire rischiare la vita».

Sheran, un giovane di 23 anni, racconta di un suo amico che, aperto il cassonetto dell'immondizia, è fuggito urlando: dentro c'era il corpo seviziato di una donna lasciato a marcire tra i rifiuti. Le donne, raccontano a Kuwait City, erano l'oggetto principale delle violenze dei pretoriani di Saddam, fossero giovani, vecchie o bambine. «La cosa più sconvolgente —dice Ahmed —è che si professavano musulmani come noi. Invece erano bestie, delle bestie feroci».

La fuga precipitosa verso il Nord degli iracheni, sembra avere impedito per ora una resa dei conti diretta dopo la fine delle ostilità. Gli occhi degli uomini della resistenza sono però vigili, si cercano soprattutto i palestinesi, che secondo molti sarebbero i responsabili principali delle violenze scatenate contro la popolazione. Gli abitanti del quartiere di Hawalli, che sorge vicino all'imbocco dell'autostrada che porta a Sud, cercano invece un gelataio. Per mesi è stato davanti alle loro case e quando sono entrati gli iracheni lo hanno rivisto in divisa: una delle tante spie che Saddam aveva introdotto nel Paese, dicono. «Non conoscete la gente kuwaitiana — precisa però Ahmed — non cerchiamo la vendetta».

Di giorno non si fa più caso alle raffiche di mitra sparate in aria in segno di gioia. I colpi sparati di notte invece, lasciano qualche dubbio in testa. La situazione, faticosamente, si sta intanto normalizzando. Mancano sempre luce ed acqua corrente, ma un incessante flusso di mezzi militari comincia a scaricare generatori, cisterne, ponti radio, antenne, rifornimenti alimentari e medicine. Si sparge la voce che in qualche sobborgo il telefono abbia ripreso a funzionare, ma per ora da padrone la fanno i satelliti delle grandi reti televisive americane.

Mentre si attende il ritorno dell'emiro, arrivano in città i primi rappresentanti diplomatici, e i militari bonificano dalle micidiali «booby traps» lasciate dagli iracheni le zone più frequentate e i palazzi governativi, sul lungomare vengono fatte saltare le postazioni di artiglieria, con i cannoni puntati verso il largo in attesa di un attacco che non è mai arrivato.

01 Marzo 2021