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Lunedì 19 Aprile 2021

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27 febbraio 1990

Ciao Pertini, addio Sandro

Ha voluto con sé la sua vecchia bandiera della Liberazione

Ciao Pertini, addio Sandro

STELLA — Sandro Pertini riposa nel piccolo cimitero di Stella. L'urna con le ceneri del settimo presidente della Repubblica, avvolta in una vecchia bandiera socialista, è stata deposta da Carla Voltolina, compagna della sua vita, nel loculo in basso a sinistra della tomba di famiglia, giù in fondo al vialetto centrale di questo camposanto senza slanci e fantasie. Qui, la morte, come lui diceva, è «solo silenzio».

La cerimonia è stata semplice e davvero privata come aveva chiesto che fosse. Carla Voltolina ha difeso questa scelta condividendola in pieno. Così, sul piccolo poggio davanti al camposanto, sulla collinetta che sovrasta la piazza di Stella-S.Giovanni (una delle cinque frazioni del Comune savonese) c'erano forse quaranta persone e quasi altrettanti tra giornalisti e fotoreporter. Filtri di poliziotti e carabinieri avevano ammesso solo i parenti e un piccolo gruppo di amici e politici-amici, accanto ad alcuni artigiani liguri. Dalla chiesa di San Giovanni il parroco don Camillo Podda fa suonare le campane. Si riconosce l'inno di Mameli. Così il parroco ha voluto riconoscere la grandezza di un ateo che ha avuto rispetto per la Chiesa e tenuto ottimi rapporti con il Papa.

Scampoli di ricordi, attendendo l'urna. Tutti hanno qualcosa da raccontare. Anche questo fa parte di un funerale privato. Non si parla di politica, di grandi questioni, delle gesta di un eroe. Ciascuno cerca nella memoria il fatterello, l'aneddoto.

La cerimonia è stata rapida. I testimoni dicono che Carla Voltolina non ha pianto. Si è solo chinata e ha posato l'urna nel loculo aperto. L'ha guardata e accarezzata. Dentro sono rimasti anche la bandiera socialista e un altro stendardo, quello bianco e azzurro dell'Associazione Deportati: un segno collegato alla fine del fratello Eugenio, fucilato a Flossenburg. Sono passati pochi minuti. Due operai chiudono il loculo, Carla Voltolina stringe mani, riceve abbracci.

Finito. Sono le 12 e 10. All'uscita, ancora ricordi. La nipote Milly racconta di quando Sandro la portava in giro da piccola, la spacciava per sua figlia e le diceva, affettuoso: «Taci, nescia». Aggiunge di averlo visto ultimamente e di averlo trovato un po' stanco della vita: «Dimmi qualcosa di buffo, mi chiedeva, perché mi annoio». E Stefano Rolando, amico di famiglia, l'aveva incontrato due settimane fa: «Era lucido, un po' nervoso. Gli faccio: ti troviamo bene, sei in gran forma. "Tu non sai quello che dici", mi ha risposto brusco».

Comandante e partigiano tra carcere e confino
La prima condanna di Pertini per attività sovversiva è del giugno 1925, ad un anno dal delitto Matteotti. Ventinovenne, di robusta fede socialista, due lauree (in Giurisprudenza ed in Scienze politiche), un valoroso trascorso di tenente artigliere nella grande guerra, fu sorpreso dalla polizia mentre distribuiva un opuscolo intitolato «Sotto il barbaro dominio fascista». Davanti al Tribunale di Savona se ne assunse ogni responsabilità dichiarando che qualsiasi condanna gli fosse stata inflitta, egli avrebbe continuato nella sua azione antifascista. Una prova di coraggio intellettuale e fisico che segnerà a fondo la sua biografia.

Tenuto d'occhio dalla polizia, con la proclamazione delle leggi eccezionali fasciste, nel dicembre del '26, Pertini fu tra i primi ad essere destinati al confino. Ma al confino preferì la clandestinità. Fu Pertini ad organizzare insieme a Rosselli, Parri e Adriano Olivetti la mitica fuga di Turati dall'Italia. Ebbe così inizio il capitolo dell'esule impegnato in un'intensa attività di organizzazione e di propaganda antifascista in collegamento con i capi del socialismo unitario, Treves e Turati. Non lo scoraggiavano le fatiche del lavoro manuale: fu pulitore, anche notturno, di automobili, manovale, muratore ed anche all'occorrenza decoratore.

Nei primi mesi del '29 tornò clandestinamente in Italia per ritessere le fila dell'opposizione antifascista al fianco dei lavoratori e dei giovani. Ma l'illusione della libertà ebbe breve vita. Riconosciuto a Pisa da un fascista savonese, fu arrestato e trascinato davanti al Tribunale speciale. Per un reato di opinione la condanna fu di 10 anni e 9 mesi.

Filo conduttore nella travagliata «peregrinatio» per le carceri del fascismo è la fibra morale, la fermezza, la dignità intellettuale con cui Pertini affronta l'isolamento, la persecuzione dei familiari, la rinuncia ad una brillante professione in avvocatura, la malattia. Per due volte sconfessò la domanda di grazia rivolta al duce dalla madre. Per molti compagni di lotta fu di esempio.

Con la destituzione di Mussolini, nell'estate del '43, Pertini lasciò Ventotene per prendere parte a Roma alla riunione di ricostituzione del Partito socialista. Ma a lui premeva soprattutto l’organizzazione della lotta armata. Infiacchito nel fisico dai lunghi anni di carcere, ma con grande entusiasmo, entrò a far parte dell'esecutivo politico e della giunta militare del Comitato Centrale di Liberazione Nazionale.

Lo dovevano attendere ancora tre mesi di carcere nel braccio tedesco di Regina Coeli e una fuga rocambolesca con l'aiuto dell'efficiente organizzazione militare socialista. Ripresa immediatamente, la guida del partito, ai primi del '44, Pertini continuò nell'opera di propaganda attiva, con comizi e volantinaggi antinazisti. Poi l'incarico di segretario del Psiup nell'Italia occupata. Qui avviò una ricca serie di giornali clandestini. Dopo una breve parentesi romana il ritorno nelle zone calde. Con l’aiuto dei servizi alleati dell'Italia liberata, ottenne di essere trasferito nella Francia meridionale. In una notte di gelo e senza luna, con i tedeschi in agguato, riuscì ad arrivare a Torino dove incontrò Carla Voltolina, coraggiosa staffetta partigiana. Di pochi mesi più tardi l'insurrezione di Milano e la liberazione del Nord.

26 Febbraio 2021