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Giovedì 03 Dicembre 2020

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19 novembre 1988

I 7 "Giganti del Rock" insieme a Roma

Accantonati per una volta decennali odii e rivalità

I 7 "Giganti del Rock" insieme a Roma

ROMA — Che ne dite di un complessino così formato: Ray Charles al piano elettrico, Bo Diddley e B. B. King alle chitarre, Fats Domino e Jerry Lee Lewis al pianoforte acustico? E poi, James Brown e Little Richard che si alternano al canto insieme a tutti gli altri. Dite che è un fatto sensazionale? E cosa pensereste, ancora, se questi signori ormai attempati, divisi da odii e rivalità più che decennali, non solo suonassero e cantassero insieme, ma si presentassero l'un l'altro, scambiandosi pubbliche piacevolezze del tipo: «Sono lieto di presentarvi un mio caro amico... un geniale compositore... un grande pianista e cantante di rock'n'roll...»? Direste certo che è accaduto un miracolo. Ebbene, giovedì notte, durante il concerto dei «Giganti del rock» al Palaeur di Roma si è consumato proprio un piccolo miracolo. Anzi, a voler essere più precisi è stata la Notte dei Miracoli.

Tra mille incertezze e solo pochi auspici favorevoli (e tra questi l'insperato accorrere in massa dei giovanissimi) il concerto ha inizio.

«Ladies and gentlemen, ecco a voi il re del soul: mister James Brown». È proprio il set del «signore dell'anima» che apre la prima breccia nel muro di pessimismo eretto intorno a questo concerto. Un muro di creato con la forza della ragione, che però si sgretola quasi subito sotto i colpi poderosi del sentimento. James Brown riprende a ruggire e, in questa Notte dei Miracoli, trova subito un pubblico disposto a ballare e gioire con lui. Una platea di mani, braccia, piedi pronti a sottolineare le gesta dell'eroe perduto e ritrovato. Corpi che ballano avvinghiati, compressi dalla mancanza di spazio in un unico organismo vivente che pulsa ai piedi del palco, in sincronia con la musica.

James Brown regala al Palaeur e a milioni di telespettatori oltre quindici minuti di grande musica e se ne va, dopo aver presentato Bo Diddley. E Bo rotola sul palco, con il suo quintale di peso e la sua musica alla dinamite.

Rispolvera «Bo Diddley», la mitica «'Im a man», immortalata da Muddy Waters nel film «Ultimo Valzer» e il pubblico è subito suo. L'apoteosi arriva con «Who do you love?», che si intreccia nel ricordo dei trentenni alle gesta dei Doors di Jim Morrison. Ora anche le gradinate ballano e scandiscono il tempo con le mani.

Se ne va anche Bo Diddley. Un attimo di pausa che crea la suspense ed ecco arrivare The Genius. Spetta a lui l'applauso più lungo e sincero del Palaeur. Con la sua aria dolente, appena rischiarata da un sorriso Ray si siede al piano e regala due perle del suo repertorio: «Mess Around» e «The fool for you». Troppo poco per l'ormai caldissimo pubblico romano che ne reclama a gran voce il rientro. Ma lo show ha le sue esigenze e i tempi vanno rispettati.

Little Richard dà l'unica delusione della serata. Non regala nessuno dei suoi pezzi più celebri, ma soprattutto, s'intestardisce in uno show che sconfina presto nell'avanspettacolo, appesantendo la serata in maniera insopportabile.

«Joy Joy Joy» non basta a risollevare le sorti. Qualche fischio per Richard che abbandona il campo, non senza strabiliare tutti annunciando lo storico rivale, Jerry Lee Lewis, con parole di grande stima.

E Jerry Lee, forse fiutando che il confronto può volgere a suo favore, da fondo a tutte le sue energie, rispolvera gli antichi trucchi brutalizzando il povero pianoforte e galvanizza gli skinheads con «Great balls of fire».

Meno risoluto e con qualche problema alla voce, Fats Domino aiuta solo a scivolare con dolcezza verso il gran finale. Del compito s'incarica il solito B. B. King, ormai un beniamino del pubblico italiano. La sua chitarra, Lucilie, piange o strilla all'unisono con il cuore di tutti. Poi, il gran finale. Tutti insieme a gridare che il rock'n'roll è vivo e, come si diceva una volta, non morirà mai. Non male per aspiranti alla pensione, l'ennesimo regalo della Notte dei Miracoli.

Dietro le quinte che confusione
ROMA — Che cosa c'è dietro le quinte di un grande spettacolo di rock? Confusione, confusione. Allegra, a tratti divertente, ma pur sempre confusione. Ai margini dell'evento dell'anno, il concerto dei sette «giganti del rock» al Palaeur di Roma ha regnato il disordine più completo. «Passi» dei giornalisti rubati, con enormi difficoltà degli stessi per riuscire ad eludere la sorveglianza del servizio d'ordine, che insiste a non far entrare i poveri cronisti scippati del loro accredito. Per niente divertente.

Poi, una volta dentro, uno sguardo alle acconciature «lunari» di molti fans e di qualche addetto ai lavori. Ragazze in coulottes alla ciclista e borchie di metallo un po' dappertutto, giovani «rockabilly» dallo sguardo torvo, minacciose scarpe puntute e orlate di metallo. Anche la giacca viola di Renzo Arbore però fa la sua figura. Piacciono di meno i basettoni e i pantaloni stretti di Dario Salvatori, mentre grande successo riscuote la zazzera imbrillantinata di Gegè Telesforo. Molto divertente.

Assolutamente poco divertenti, invece, i presentatori della Rai che parlano sulla musica, raccontano banalità e scambiano una canzone per l'altra giustificandosi col solito: ha «cambiato la scaletta»... ma allora che ci stanno a fare gli esperti? Molto divertito, invece, è apparso Mario Maffucci, capostruttura di Raiuno, che ha venduto lo spettacolo a decine di televisioni. Anche se fosse andata male per la Rai l'affare era ormai fatto. È andata bene, cosa chiedere di più?

18 Novembre 2020