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Lunedì 21 Settembre 2020

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16 settembre 1996

Bossi proclama la secessione della Padania dall'Italia

Secessione per pochi intimi Scalfaro: ora intervengano i giudici

Bossi proclama la secessione della Padania dall'Italia

VENEZIA — Dovevano essere un milione. Due secondo le ultime cifre «sparate» dal leader della Lega durante le soste volanti alle principali feste organizzate sugli argini del Po. Ma sommando le stesse cifre fornite dai responsabili delle singole postazioni, i manifestanti del Carroccio presenti alle 17,35, quando Umberto Bossi in completo scuro ha cominciato a leggere la dichiarazione d'indipendenza da Riva Sette Martiri di Venezia, saranno stati trecentomila. Molto meno in base alle stime della polizia, sessanta-settantamila al massimo. Cifre molto distanti da quelle previste dallo stato maggiore della Lega, che fuori dalle dichiarazioni ufficiali si aspettava di chiamare a raccolta un milione di persone nei due giorni e mezzo di kermesse secessionista.

La guerra dei numeri terrà comunque banco nei prossimi giorni: Roberto Maroni, nominato ministro del governo provvisorio della Padania insieme a Giancarlo Pagliarini, Vito Gnutti, Enrico Cavaliere e Marco Preioni, dal palco di Riva Sette Martiri ha parlato di due milioni di voti raccolti nelle urne disposte nelle 140 postazioni lungo il corso del «grande fiume», il simbolo della Repubblica Federale Padana battezzata ieri dalla Lega con il versamento nella laguna veneta dell'acqua, raccolta alla sorgente in un ampolla portata sul palco da una staffetta del Carroccio, nella laguna veneta. La tre giorni secessionista è stato un mix di riti simbolici e gesti «solenni».

«Materia da codice penale»
Scalfaro sulla secessione: l'unità garantita da 50 milioni di italiani. Il capo dello Stato a Bari chiede la fermezza necessaria, ma anche grande serenità per non essere travolti dalla paura del pericolo separatista. 
«La democrazia non deve temere di far ricorso ai giudici in caso di violazioni»
ROMA — Tutta la «fermezza» necessaria, ma anche «grande serenità». Sono le medicine antisecessione che Scalfaro è tornato a prescrivere da una città del Sud, Bari, ieri tutta rivestita di tricolori. E a mondo politico, stampa e cittadini, il capo dello Stato invia un'altro messaggio: l'«istrione» del Nord non è certo in cima ai problemi più seri o gravi con cui l'Italia deve fare i conti. Attenzione quindi a non farsi prendere da forme di «fissazione isterica», a non farsi «travolgere» dalle paure secessioniste. Ci sono problemi ben più gravi ed urgenti di cui occuparsi come, ad esempio, quello della disoccupazione.

Certo, avverte comunque Scalfaro, proprio mentre lungo il Po si va concludendo la manifestazione leghista, una democrazia non deve temere di «applicare il codice penale» se ce ne fosse bisogno. «Un paese civile - sostiene infatti il presidente - da spazio alla libertà di manifestazione del proprio pensiero. E finché è pensiero, piacevole o no che sia, deve essere lasciato libero». Ma tutt'altra faccenda è quando entrano in gioco violazioni della legalità e della sicurezza. «Se questo pensiero diventa incitamento a fatti illeciti - ammonisce Scalfaro - se si passa a delle azioni illecite, allora la competenza passa al magistrato».

Mostra il pugno di ferro il capo dello Stato: «Sarebbe penoso, molto penoso, che una vita democratica dovesse aver bisogno di un intervento penale; spero che non ci sia bisogno di nulla. Ma una democrazia - scandisce lentamente - che avesse paura, quando ce ne fosse bisogno, di applicare il codice penale, non sarebbe degna di proseguire a vivere».

15 Settembre 2020