il network

Mercoledì 08 Luglio 2020

Altre notizie da questa sezione


2 giugno 1993

Recuperato il corpo di Fabio Moreni

Bosnia, il racconto di uno dei superstiti dell'agguato ai volontari della Caritas

Recuperato il corpo di Fabio Moreni

L'ultimo, tenue filo di speranza per i familiari dell'imprenditore cremonese Fabio Moreni e del giornalista bresciano Guido Puletti — due dei tre italiani vittime del barbaro agguato di sabato in Bosnia Erzegovina — si è spento. Erano loro i corpi recuperati nel pomeriggio dalle forze di soccorso grazie all'aiuto dei due sopravvissuti. Le salme saranno portate già stamane in Italia a bordo di un aereo militare.

I due superstiti hanno raccontato che il gruppo di volontari, che stava portando soccorso alle popolazioni della Bosnia colpite dalla guerra civile, è stato fermato, derubato di tutti gli averi e delle autovetture e costretto a compiere alcuni chilometri a piedi. La banda armata ha poi sparato contro i cinque italiani mirando ai piedi e costringendoli ancora a camminare. A questo punto i miliziani hanno alzato il tiro: Moreni e Puletti sono stati colpiti a morte.

Reazioni d'orrore all'agguato in Italia e nel mondo: il ministro degli Esteri Andreatta ha chiesto che i responsabili dell'eccidio (forse Ustascia croati) siano individuati e puniti.   

Laureato in informatica con 110 e lode, si è occupato giovanissimo dell'impresa di famiglia. Nel racconto degli amici la sua passione per i motori e i deltaplani. Bello e intelligente, era amato e stimato
Il pericolo mi avvicina a Dio
Sorretto da una fede incrollabile non temeva il rischio
Memento audere semper. Fabio Moreni fece suo il  motto di D'Annunzio negli anni dell'adolescenza, quando forse — ai più — sembrava soltanto un ragazzo ricco e temerario, con la mania dei motori e il piacere del pericolo. Ma la sua vita è molto di più. Un'infanzia trascorsa in tranquillità, a sedici anni la prima moto — una Honda 500 — e dopo aver frequentato le scuole medie in città, si trasferisce a Paderno del Grappa dove ottiene il diploma di maturità scientifica con 60 sessantesimi. E durante gli studi non rinuncia alle numerose gare di cross che fanno di lui un campioncino locale. Con la prima macchina — un'Alfa rossa — va a vivere a Pisa: alla Normale si laurea in informatica a soli 21 anni con 110 e lode. A quel periodo risale la passione per i superleggeri: ancora il pericolo, ma anche il desiderio i vedere in modo differente la realtà. «Dall'alto — confessava — ogni cosa assume una dimensione diversa. La mia casa è piccola, la mia azienda pure: sono solo la capocchia di uno spillo nell'universo». 

Della ditta deve occuparsi proprio sul finire dell'università: risale al '74 la morte del padre. Ancora giovanissimo e figlio unico, Fabio Moreni deve provvedere all'azienda di famiglia, un'impresa di scavi per materiale edilizio. Qui inizia la sua attività di imprenditore che in pochi anni gli porterà la stima di dipendenti, collaboratori e colleghi. Intelligente e capace, ma anche bello. Fabio Moreni — fisico atletico, capelli scuri e vivaci occhi azzurri — scorrazzava in città a bordo di una Ferrari: ammirato dalle donne, tra i suoi amori non ha mai scelto una moglie.

Molte delle sue notti sono state spese in divertimenti, ma forse molte di più in accese discussioni con gli amici che di quei tempi ricordano anche la sua incrollabile fede. «Aveva una grande forza di volontà e di spirito: nulla è mai riuscito a fermarlo», dice Graziano Mazzolari che con Fabio ha fondato la Scuola nazionale volo. «Stavamo ore e ore a parlare di Dio: al contrario di me lui aveva una grande fede. E cercava di portarmi sulla sua strada. Ho sempre pensato che fosse un immortale». La madre e la nonna, cui era legatissimo, sono le protagoniste femminili di una forte educazione religiosa. E Dio lo accompagna in ogni giornata della sua vita di cattolico praticante.

La sua forte carica umanitaria — ma anche l'amore per i superleggeri — lo portano in Jugoslavia. Qui, infatti, da qualche anno Fabio Moreni ha contatti con alcune ditte che operano nel settore e quando scoppia la tragedia gli giungono in diretta — attraverso imprenditori suoi amici — le notizie dell'inferno. Decide di impegnarsi per portare oltre confine viveri e medicinali. E proprio per la prima spedizione contatta Quirico Decordi: «Fabio è il mio migliore amico, insieme abbiamo trascorso circa 22 anni della nostra vita. Mi ha insegnato certi principi che non dimenticherò mai. A 21 anni mi disse: 'Noi dovremo lavorare molto per guadagnare tanto, soltanto in questo modo potremo fare del bene. Così — quando mi ha chiamato — mi sono dato da fare per soddisfare le sue richieste. Ma gli dissi: 'Non andare Fabio, vai a farti ammazzare'. 'Non dire stupidaggini', rispose. 'So che se tu non avessi famiglia verresti con me'».

Dalla Caritas Moreni ottiene le informazioni necessarie per iniziare il suo viaggio. Il 26 aprile, con il direttore cremonese don Attilio Arcagni, è a Zagabria dove lavora suor Antonietta che, per telefono, ha dichiarato: «Per noi Fabio è un martire». Ma poi, le notizie del pomeriggio, riaccendono la speranza in chi ancora lo vuole credere vivo. E lui — agli amici che lo rimproveravano per tutti quei rischi che amava correre — soleva dire: «A contatto con il pericolo mi sento a contatto con Dio: e se lui mi vuole mi può prendere in qualsiasi momento. Io sono qui».

Orrore a Monstar
Il viaggio in Bosnia di due cremonesi
Giuseppe Zanini e Giorgio Balistrocchi sono tornati venerdì scorso da Mostar, dove hanno portato viveri e medicine per l'ospedale locale con un camioncino da 16 quintali ed un salvacondotto della Caritas.

Hanno scelto di raggiungere le frazioni più lontane, dove tra le case diroccate vivono donne ed anziani, defilati dai grandi centri di raccolta della Caritas.

«Ci sono quattro dogane da passare più vari posti di blocco. Dovevamo scaricare a Mostar, ma era impossibile arrivarci, perchè in quei giorni e' erano stati da parte croata 50 morti e oltre duecento feriti negli scontri. Nei viaggi passati avevo conosciuto uno slavo che fa parte della polizia investigativa militare e che di notte scruta le postazioni nemiche. Questa persona ci ha sempre aiutati in modo straordinario. A Mostar sparavano giorno e notte. Le strade erano deserte in pieno giorno. Una città fantasma dove la gente vive chiusa nelle fogne e i cecchini colpiscono in continuazione, ben nascosti e protetti. Solo l'ospedale è presidiato. «Abbiamo visto molti bambini mutilati, privi delle braccia e delle gambe. Nell'ospedale operava un professore di Spalato che sapeva un po' di italiano. Ci ha raccontato che ormai non ce la fanno più, arrivano feriti ogni giorno e mancano le medicine.

Cosa vi è rimasto di questi viaggi? «Io sono tornato la seconda volta perchè una famiglia vicino a Mostar mi ha chiesto di fare da padrino alla cresima del loro bambino — dice Giorgio Balistrocchi — Nonostante la tragedia ho visto che ci sono ancora valori, come quel senso della famiglia che noi abbiamo perso da tempo».

30 Maggio 2020