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Giovedì 02 Luglio 2020

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31 maggio 1985

Il racconto dei cremonesi reduci dall'inferno di Bruxelles

Qualcuno ha festeggiato: una prova di cattivo gusto

Il racconto dei cremonesi reduci dall'inferno di Bruxelles

Mario Boldori di Pozzaglio era proprio nella curva dove sono avvenuti gli incidenti - È riuscito a mettersi in salvo in quanto aveva capito ciò che stava per accadere - Un gruppo di una quindicina di persone è giunto ieri sera - Erano tutti prostrati - L'ansia dei familiari che non riuscivano ad avere notizie

La coppa... il giorno dopo. L'allucinante esperienza di Bruxelles ormai è alle spalle; i cremonesi che vi hanno preso parte sono tutti a casa, sani e salvi. Ma per un'intera notte e per buona parte della mattinata di ieri, in molte case sono state vissute ore di angoscia, di trepidante attesa.

Uno di essi è riuscito a mettersi al riparo di possibili pericoli grazie alla sua presenza di spirito; è Mario Boldori, 26 anni, residente a Pozzaglio. Arriviamo alla sua abitazione proprio nel momento in cui entra in casa, stanco, con la sua borsa sotto il braccio. Ha lo sguardo deciso, è sicuro di sé: «Ero con altri tre amici (due sono cremaschi), siamo partiti con un pullman organizzato dal club di Canneto. Avevamo i biglietti di quella maledetta curva. Due o tre mila italiani e subito a fianco oltre 10 mila inglesi. E ci separava uno straccio di rete metallica: un fuscello».

Si, vede, mentre parla, che il ricordo gli provoca un sentimento di repulsione. «Erano ubriachi; avevano portato all'interno scatoloni pieni di bottiglie di birra e whisky. Gente scatenata, tutti quanti; poi l'assalto. Ho visto donne che urlavano, bambini che piangevano; la rete è saltata come un niente.

«Ho capito cosa stava succedendo ed ho invitato i miei amici a fuggire; ce ne siamo andati lontano, ci è andata bene». Quindi racconta quanto ha appreso poco dopo; glielo hanno raccontato altri amici: i rossi del Liverpool con spranghe, mazze da baseball, bottiglie, coltelli, contro i pochi italiani costretti ad arretrare contro il muretto. Alcuni sono rimasti soffocati; quindi c'è stato il crollo del manufatto; decine di morti, sangue; un paio di bambini accoltellati.

«D'accordo, da quanto ho saputo — afferma Mario Boldori — nel pomeriggio era stato accoltellato a morte un inglese. Gli italiani avevano ancora una volta dimostrato di non essere del tutto privi di colpe. Ma proprio per questo occorreva un servizio d'ordine accurato. Invece sei soli poliziotti a tenere a bada tutte quelle migliaia di tifosi. Ed in gran parte era gente entrata con biglietti falsi, o senza biglietto addirittura; all'ingresso nessun controllo; è incredibile.»

«Di sera — conclude Mario — avremmo dovuto scendere in piazza per festeggiare. Non ce la siamo proprio sentita; eravamo distrutti».

È un racconto terribile, sembra il resoconto di un reduce che parla delle sue operazioni in guerra. E sua madre, la signora Giulia Cipelletti, finalmente è tranquilla; ha trascorso ore tremende; tutta la notte sveglia, prima attenta ad ogni notizia in televisione, quindi ansiosa di telefonare; ma è stato tutto inutile. Niente da fare; ore di angoscia, di disperazione. Finalmente ieri mattina verso le 10 il contatto con l'albergo dove il suo Mario aveva trovato alloggio: «Stanno tutti bene e sono partiti» è stata la risposta; un sospiro di sollievo. «Non bisogna più andare alle partite; è spaventoso; non è possibile concepire quanto è accaduto». Anche il figlio le fa eco: «Bisogna avere sempre gli occhi aperti. È come essere sul campo di battaglia».   


Modesti caroselli in città per il successo della Juventus
Qualcuno ha festeggiato: una prova di cattivo gusto
Un piccolo gruppo di isolati ha contagiato anche giovani e meno giovani solitamente tranquilli - In ogni caso una festa inopportuna

I nuovi idoli si sono saziati di  un altro sacrificio di morte. Loro malgrado, gli uomini d'oro del calcio, hanno dovuto accettare questa terribile offerta. Loro, i calciatori, hanno dimostrato ancora intatte le loro doti umane; hanno pianto, hanno sentito il peso di una tremenda responsabilità. Ma gli altri, gli adoratori, quelli che li hanno messi sui piedistalli della gloria, non si sono accorti di nulla; li abbiamo visti in televisione danzare sul luogo dove era stato consumato il dramma, per precipitarsi a baciare i campioni usciti dagli spogliatoi per rivolgere i loro inviti alla calma. Ma di queste orde inneggianti all'idolo e pronte allo scontro con il nemico, hanno bisogno in troppi. Le società di calcio che amano aggiungere coreografia vociante e tensione ad ogni incontro perchè ne goda lo spettacolo, gli stessi idoli, che si vedono così proiettati nella gloria. Ma è questa una cultura che forse ha troppi vuoti, che non appaga, quindi rende irrequieti ed impone reazioni inconsulte a questi guerrieri, disposti sempre e comunque alla gazzarra, al fracasso, al corpo a corpo. E purtroppo, come abbiamo visto, anche all'omicidio ed all'eccidio.

In questo contesto, il carosello dell'altra sera, quel vociare e strombazzare nel centro cittadino, è parso come una nota stonata che tuttavia ben si innesta nella cultura d'oggi; una cultura che non tien conto del rito sacrificale, che non sente il peso di alcuna tragedia. I morti, per questi giovani d'oggi, sono un male necessario, come avviene in una guerra, come in uno scontro fra eserciti nemici. Quindi si deve comunque dar corso alla festa per la vittoria, si deve reagire allo sconforto del lutto, ubriacandosi di rumori, di grida inneggianti. A dire il vero, l'altra sera, pochi hanno accettato d'acchito questa impostazione; molti si sono accodati pur contro voglia, solo perchè ormai avevano tutto pronto; erano state preparate in segreto le coppe di polistirolo; alcune persino illuminate. Ma è sintomatico come i pochi siano riusciti a trascinare la maggioranza; cosicché per il centro hanno sfilato alcune decine di auto: due o tre bardate con bandiere bianconere, altre soltanto inserite nel corteo con lo strombazzare del clacson. Rumore, suoni, grida; ecco cosa serve perchè il giovane si «senta», comprenda d'essere vivo. Questa è quindi la nuova cultura e lo sport non può ignorarla; deve anzi adeguarsi; e gli idoli, con i loro seggi d'oro, servono a dare nobiltà ad un'immagine altrimenti priva di consistenza.

28 Maggio 2020