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Martedì 19 Novembre 2019

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8 novembre 1975

L'ultima intervista di Pasolini

pubblicata dalla rivista «Filmcritica» a pochi giorni dalla scomparsa

L'ultima intervista di Pasolini

ROMA, 7. — L'ultima intervista  concessa da Pier Paolo Pasolini su problemi cinematografici appare nel numero di novembre del 1975 della rivista «Filmcritica».

È stata curata da Gideon Backman e Donata Gallo, i quali hanno conversato con il regista e scrittore scomparso principalmente circa la sua ultima e ancora inedita fatica «Salò o le 120 giornate di Sodoma».

Pasolini parla della particolare accuratezza seguita nel comporre questo film, a cominciare dalla scelta di attori professionisti. «Li ho voluti a differenza di altri miei film — egli dice —perchè in questo film le battute dovevano essere dette in modo esatto dalla prima parola all'ultima, perchè questo non era un film di raccolta di materiali, era un film già montato mentre lo giravo. Volevo perciò che fosse perfetto, esatto come un cristallo. Anche tutto il resto è più accurato: i movimenti, le composizioni, i trucchi, tutto questo una volta lo facevo con più disinvoltura, con meno attenzione, con più realismo ma perché con gli altri film me lo potevo permettere essendo film più spontanei, più realistici e disinvolti e magmatici! Qui per "Salò", invece, doveva essere tutto molto curato nei particolari e perciò, se uno doveva cader morto, lo facevo ripetere molte volte».

Pasolini dopo aver accennato alla struttura dantesca del film (divisa in gironi proprio come il verticalismo ideologico nell'«Inferno» di Dante) e alla mediocrità del testo letterario di De Sade, respinge un'affinità fra lui e l'autore delle «120 giornate». «No — precisa — perchè io al contrario di De Sade sono stato educato e sono vissuto in un ambiente letterario e culturale in cui la pagina conta, quindi sento molto il fatto concreto dell'arte: per cui la cosa è diversa, l'inquietudine, la fretta di girare che ho di solito nei film, sono dovuti all'avidità di consumare subito qualcosa che mi sta affascinando in quel momento. Ma soprattutto gli altri film erano congegnati in modo che io dovessi raccogliere materiale per poi montarlo, per poi riguardarlo, sceglierlo, montarlo: questa volta non dovevo raccogliere magmaticamente del materiale, dovevo organizzarlo mentre giravo, e quindi la mia fretta era più calcolata, perchè girando, soprattutto in interni, doveva riuscire un film perfetto, anche nel senso convenzionale della parola».

Pasolini dice di aver girato in questo modo anche «Teorema» ed in parte «Porcile», tuttavia si tratta di un nuovo registro in cui ha affrontato il mondo moderno. «In realtà — afferma — è la prima volta che l'ho fatto veramente. L'ho fatto sì, in parte in "Teorema", ma in questo momento l'ho affrontato in tutto il suo orrore, e, ci sarà un periodo in cui farò i film più o meno così; quello che è certo è che non potrò farlo realisticamente, non potrei, non reggerei fisicamente nel rappresentare questo potere che sto subendo. Lo potrei fare come faccio sempre, con l'uso della metafora».

«Quando un film è metafora — quindi spiega — per forza doveva essere fatto m altro modo, perchè ogni immagine che giri è significativa di qualcos'altro, e quindi deve essere precisamente quella e non un'altra. Non puoi aggiungere dei dettagli, per esempio, se non son significativi e necessari!».

Parlando sui fini del film Pasolini afferma: «Il film su Salò si rivolge in generale a tutti, ad un altro me stesso, ed a tutti quelli che come me detestano il potere per quello che fa del corpo umano: la riduzione di questo a cosa, l'annullamento della personalità dell'uomo. E quindi anche contro l'anarchia del potere, perchè nulla è più anarchico dei potere, il potere fa ciò che vuole, e in ciò è completamente arbitrario spinto da sue necessità economiche che sfuggono alla tonica comune. Ognuno odia il potere che subisce: quindi io odio con particolare veemenza questo potere che subisco: questo del 1975. È un potere che manipola i corpi in modo orribile e che non ha nulla da invidiare alla manipolazione fatta da Hitler: li manipola trasformando la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori alienanti e falsi, che sono i valori del consumo: avviene quello che Marx definisce: il genocidio delle culture viventi, reali, precedenti».

07 Novembre 2019