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Al San Domenico la neve del ’56 ispira una storia di ambizione e segreti

Sul palco Nancy Brilli guida la vicenda dei Consalvi, tra ricchezze altrui e scelte morali estreme, in un dramma che svela il cinismo e le contraddizioni dell’uomo davanti al denaro e al passato

Greta Mariani

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25 Gennaio 2026 - 09:16

Al San Domenico la neve del ’56 ispira una storia di ambizione e segreti

Nancy Brilli e Fabio Bussotti in una scena della pièce ‘Il Padrone’ (FotoLive/Massimo Marinoni)

CREMA - La neve su Roma del 1956, già ispirazione per l'arte in altre forme, è anche l'ambientazione della storia rappresentata ieri sera al Teatro San Domenico, Il Padrone. Un modo per ricordare, a poco dalla Giornata della Memoria, ciò che le leggi razziali italiane nel 1938 significarono, non solo in termini di ciò che porterà a crimini di guerra e al capitolo più nero della Storia, ma anche in ambito sociale e relazionale.

In vista e speranza di tempi migliori, tra le persone di origine ebraica si era diffusa la pratica di intestare a dei prestanome i propri beni, per farli custodire e rientrarne in possesso alla fine della guerra e delle persecuzioni. Questo lo spunto dal quale muove i primi passi della rappresentazione, ieri sera portata in scena da Nancy Brilli, nei panni dell’ambiziosa e cinica Immacolata, insieme a Fabio Bussotti e Claudio Mazzenga, per la regia di Pierluigi Iorio, sul testo di Gianni Clementi.

Una casa signorile, riaperta e svelata dopo l’apertura del sipario, come se fosse stata chiusa da tempo. Man mano che le prime scene si snodano, tra recitazione in romanesco e presentazione dei personaggi (Immacolata e il marito Marcello Consalvi), anche la casa prende progressivamente forma, facendo intuire il benessere in cui la coppia vive.

La donna passa la giornata a contare il denaro, nella sua bella vestaglia si raso e pelliccia. Il marito, sebbene provi a ritagliarsi il proprio posto, finisce per essere l’ombra della moglie, mai all’altezza delle sue aspettative. Ricchezze, abiti firmati, matrimonio da favola per la figlia, ambizione sempre maggiore. Una maniera immatura (sottolineata da lungi dialoghi più sarcastici, che ironici, tra i coniugi) di gestire le ricchezze altrui, come se fossero le proprie, come se fossero eternamente proprie.

Ma alla porta bussa il passato: quel padrone che gliele aveva affidate, che le rivuole. Dalla parvenza di commedia, si passa alla intuibile tragedia: tra rinunciare alla bella, seppur provvisoria, vita a eliminare il problema per continuare a godersi i suoi soldi, cosa sceglierà la famiglia Consalvi? Il cinismo di Immacolata avrebbe già trovato la soluzione, mentre una visione più lucida del marito tenderebbe a frenare l’ambizione della donna.

Scandita dalle telefonate della figlia dal meraviglioso viaggio di nozze e dalla visita di un amico di Marcello inviso a Immacolata (perché troppo povero ai suoi occhi), il crescendo della storia svela a poco a poco la natura degli uomini in tempi felici e tempi più difficili. L’unica soluzione sembra essere quella di commettere un omicidio, cancellare il padrone dalla faccia della terra, per evitare di rimanere reclusi tutta la vita e tornare a godersi le sue ricchezze.

Ma quando tutto sembra compiuto, il campanello smetterà di suonare? Forse no. E sarà follia? Sarà realtà? O forse solo la coscienza che interroga due anime, vendute al denaro.

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