L'ANALISI
10 Febbraio 2026 - 08:08
Nel riquadro don Lorenzo Roncali
CREMA - È trascorsa da poco la giornata mondiale della lotta al cancro e un prete coraggioso è chiamato ad affrontare la malattia, trasformando la sofferenza in un pellegrinaggio di speranza. Don Lorenzo Roncali ha 54 anni ed è stato ordinato il 19 aprile 1997. Si tratta del parroco di Pieranica, Quintano e Torlino.
Il 21 dicembre scorso è stato colpito da un malore e ricoverato all’ospedale Maggiore di Cremona. Dopo essere stato sottoposto a un delicato intervento chirurgico, ora trascorre la fase della convalescenza a casa. Nel fine settimana, prima del suo trasferimento a Capralba, nei locali della parrocchia gestita dall’amico don Emanuele Barbieri, ha accettato di parlare del momento che sta attraversando. Da poco ha iniziato una terapia intensiva all’ospedale cremonese.
«Vivo con un forte supporto e il conforto religioso — esordisce il sacerdote — la fede è la mia migliore alleata. Non farsi sconfiggere dalla malattia è essenziale. Bisogna viverla come unione alla passione e partecipazione alla sofferenza di Gesù Cristo. Nonostante una certa limitazione fisica — ammette don Roncali — c’è la volontà psicologica di non mollare mai. Confido nelle parole del Signore che, ai discepoli riguardo al nato cieco, ha detto che quella malattia era per manifestare la gloria di Dio. Affido questo pezzo di dolore, fatica e smarrimento in comunione ai tanti che, quasi quotidianamente, mi affidano la loro sofferenza. E sono tantissimi, anche in situazioni più gravi della mia».
Il sacerdote non fa mistero del sostegno: «Ricevo affetto da tantissima gente, che mi commuove per l’amore che ricevo. Sono parrocchiani non solo di Pieranica, ma delle precedenti comunità in cui sono stato, come San Bernardino e Bagnolo Cremasco. Senza dimenticare gli studenti, i giovani che in questi anni ho incontrato. La gioventù — ammette — rappresenta l’aria che respiro. Tento di rimanere sereno».
Affetto dai fedeli, ma anche e soprattutto dalla famiglia e dalla diocesi. «Sono grato, in modo particolare, per l’attenzione nei miei confronti da parte di mia sorella Monica, mio cognato Massimo Molaschi e i nipoti Matteo e Andrea. E ringrazio il vescovo Daniele Gianotti, che viene a trovarmi per rincuorarmi e offrirmi un po’ di compagnia; a volte mi chiama al telefono, insomma non mi fa mancare la sua vicinanza, come quella dei vari sacerdoti che tutti i giorni vengono a farmi visita, con i quali celebro la messa in casa. La mia famiglia si è fatta in quattro e ancora oggi tutti loro sono inesauribili. Ora mi trasferirò a Capralba, nella casa parrocchiale Sant’Andrea apostolo gestita don Barbieri, che fa parte dell’Unità Pastorale Beato Carlo Acutis, con Pieranica, Torlino, Azzano, Quintano della quale sono responsabile».
Poi il ricordo va alle ore del malore. «Tutto è iniziato domenica 21 dicembre. Avevo spesso il mal di testa, ma dopo il concerto di Natale, che era stato tenuto a Pieranica, era aumentato il dolore. Poi sono stato a Bagnolo per fare gli auguri di compleanno a un ragazzo e da lì la famiglia mi ha portato immediatamente all’ospedale di Crema da dove, dopo la Tac, sono stato trasferito direttamente al Maggiore di Cremona. La diagnosi era un tumore alla testa. Nel nosocomio cremonese sono stato sottoposto a un intervento il 29 dicembre dal neurologo Antonio Fioravanti. Un’operazione lunga, delicata. Sono uscito dall’ospedale il 29 dicembre e trasferito per un percorso di riabilitazione alle Ancelle di Cremona, dove lavora il medico cremasco Michele Gennuso, per delle terapie. Nonostante la buona riuscita dell’operazione devo fare delle chemioterapie in questo periodo, compresa questa settimana. Potrei ristabilirmi entro la Pasqua».
Un pensiero costante? «Quanto mi manca tutto. Stare con i giovani, professare la fede, il sacramento della comunione ai fedeli. Ma vado avanti con tanta speranza».
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