L'ANALISI
31 Gennaio 2026 - 05:25
CREMA - I numeri raccontano una crisi che non ha bisogno di molte interpretazioni. Nella diocesi di Crema i ministranti – un tempo semplicemente “chierichetti” – sono oggi circa 250. Possono sembrare tanti, ma non lo sono. Se si spalma il dato sull’intero territorio diocesano, parrocchia per parrocchia, emerge una fotografia nitida: il servizio all’altare non esercita più l’attrazione di una volta. «Si soffre la crisi, non è più come un tempo»: è il ritornello che accomuna tutti i sacerdoti interpellati, chiamati a fornire un riscontro numerico ufficiale.
La vocazione, anche qui, si è assottigliata. Eppure quei quasi 250 giovani in tunichetta non sono semplici comparse liturgiche. Sono una piccola comunità, spesso silenziosa ma viva, che sceglie un impegno di fede ispirato direttamente al servizio di Gesù. La parola chierichetto affonda le sue radici nel latino clericus, “piccolo chierico”, a indicare un servizio che un tempo era svolto in sostituzione dei chierici veri e propri. Anche la diocesi di Crema promuove e sostiene la loro formazione, ma i numeri restano impietosi.
Ci sono realtà che resistono meglio di altre. Nell’unità pastorale Betania – che comprende Monte, Vaiano, Palazzo Pignano, Scannabue e Cascine Gandini – don Andrea Berselli certifica un dato superiore ai 40 ministranti. Invece don Lorenzo Roncali, parroco di Pieranica, Torlino e Quintano, ne conta una ventina. Circa venti anche nelle parrocchie di San Bernardino, poco meno a Sergnano e Offanengo, così come nell’unità pastorale di Credera Rubbiano, Rovereto e Casaletto Ceredano. Attorno alla quindicina i ministranti attivi a Bagnolo Cremasco, nelle parrocchie di San Benedetto e San Pietro, a Pianengo e Capralba. Poi il numero cala drasticamente: solo una manciata a Ripalta Arpina, San Giacomo e San Bartolomeo, Montodine, Moscazzano, Madignano, Capergnanica e nell’unità pastorale Casale-Camisano.
Un cambiamento significativo, però, negli anni c’è stato. Il 15 marzo 1994 la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti chiarì ufficialmente che anche le donne potevano svolgere il servizio all’altare, lasciando la decisione finale al vescovo diocesano. In realtà il dibattito era aperto già da tempo: nel novembre 1980, durante una visita in Germania, papa Giovanni Paolo II celebrò messa assistito da ragazze, senza che questo suscitasse reazioni negative.
Oggi, nelle parrocchie cremasche, non esistono più distinzioni tra bambini e bambine. A tutti viene offerta la possibilità di vivere una formazione cristiana privilegiata, un’esperienza di Chiesa corale, autentico Popolo di Dio. Parole che risuonano nelle testimonianze di chi ha creduto profondamente in questo servizio. «Siete consapevoli dell’importanza del vostro servizio, che può essere paragonato a quello degli angeli?», diceva don Gino Cavalletti, storico parroco di San Benedetto, ai giovani pronti a iniziare il loro cammino. Monsignor Angelo Paravisi, vescovo di Crema fino al 2004, lo definì «un servizio semplice che aiuta a stare più vicino al Signore».
Per alcuni è anche un’esperienza che lascia il segno. Quattro ministranti di Montodine – Massimo, Simone, Cristian e Riccardo – parteciparono anni fa a un incontro a Roma con papa Francesco: un ricordo destinato a restare indelebile. Del resto, come ha scritto L’Osservatore Romano, fare il ministrante «costituisce un modo intenso e responsabile di vivere la propria identità cristiana». Servire messa significa collaborare da vicino al mistero centrale della fede, diventare parte attiva di quel miracolo costante che è ogni celebrazione liturgica. E per i ragazzi, si sa, l’esperienza concreta vale più di mille lezioni. Anche per questo, nonostante la crisi dei numeri, il ruolo del ministrante resta ancora oggi un passaggio decisivo nell’educazione alla fede.
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