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Le cicatrici dell’inferno e il desiderio di studiare

Soccorsi in stazione tre migranti minorenni soli: «Ci hanno detto che Crema è bellissima»

Riccardo Maruti

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rmaruti@laprovinciacr.it

24 Gennaio 2026 - 05:05

Le cicatrici dell’inferno e il desiderio di studiare

CREMA - Le cicatrici sulla pelle, come una mappa che nessun ragazzo dovrebbe mai portare addosso: segni sulla schiena, lasciati dalla prigionia in Libia, che raccontano più di ogni statistica cosa significhi oggi crescere attraversando il mondo da soli. È da qui che parte una storia di cronaca che obbliga a guardare lontano. Perché quello che accade sotto la pensilina della stazione di Crema è lo stesso dramma che si consuma sulle coste del Mediterraneo.

Non un controllo ordinario, ma un servizio programmato di presidio alla stazione ferroviaria e nelle zone limitrofe, come previsto dal piano coordinato interforze predisposto dalla Questura. Un’azione di prevenzione, routine per chi indossa una divisa, ben altro per chi viene intercettato. Gli agenti della Polizia locale li trovano infreddoliti e spaesati, rannicchiati in un angolo della stazione: tre ragazzi, 15 e 16 anni, minori stranieri non accompagnati. Felpe lise che parlano di troppi giorni in viaggio, uno senza nemmeno un giubbotto. Niente occhi grandi da cliché fotografico, ma facce da ragazzini. Facce come quelle dei figli della terra cremasca, studenti che ogni mattino passano proprio di lì, tra la stazione e le fermate degli autobus, con gli zaini in spalla.

Davanti agli agenti non scappano. Raccontano. A fatica, ma raccontano. Mostrano un biglietto del treno stropicciato, custodito come un documento prezioso: «I soldi ce li hanno mandati le nostre famiglie». Famiglie rimaste in Egitto. Famiglie che mettono insieme tutto quello che hanno per spedire lontano i figli, affidandoli a una rotta incerta e crudele, nella speranza che da qualche parte il mondo sia più giusto.

I tre adolescenti arrivano da Pescara. Sono fuggiti da un centro di accoglienza poche settimane dopo l’ingresso in Italia. Prima ancora, però, c’è la storia che pesa di più. La Libia. Le carceri e le botte. I segni sotto la maglietta sono ancora lì. Non servono domande. Il viaggio della speranza segue sempre lo stesso copione, anche quando sembra diverso. Prima il deserto, quindi la detenzione, in un carcere dove il tempo si ferma e la dignità viene annullata. E poi il mare, su un gommone che non distingue tra adulti e bambini, tra chi sa nuotare e chi no. Lampedusa come promessa di salvezza, non come approdo definitivo. Perché lo sbarco non è la fine: è solo l’inizio di un altro vagare, fatto di centri, trasferimenti, fughe, treni presi senza sapere bene dove portino.

A Crema sono arrivati seguendo una voce, fragile come tutte le speranze: «Ci hanno detto che è una città bellissima». Nessuna mappa, nessun progetto strutturato. Solo l’idea che più si sale verso nord, più la vita possa diventare migliore. Gli agenti della Polizia locale fanno quello che spesso non entra nei verbali: li scaldano, li accudiscono, offrono qualcosa di caldo da mangiare. Prima le persone, poi le carte. E parlando, tra una frase spezzata e un silenzio, chiedono espressamente di poter andare a scuola. Vogliono studiare. Vogliono imparare l’italiano, prendere un diploma, costruirsi un futuro diverso da quello che li ha messi in viaggio. Chiedono tempo e opportunità. Un desiderio semplice e potente, che stride con l’immagine del migrante come problema di ordine pubblico. Qui non c’è criminalità. C’è una generazione che bussa alle porte dell’Europa chiedendo strumenti, non scorciatoie.

Anche in commissariato le procedure vengono eseguite con la massima cura. Perché davanti agli agenti non ci sono delinquenti abituali, ma ragazzini. Adolescenti stanchi e spaventati, che parlano un italiano incerto e tengono lo sguardo basso. Uno accusa un mancamento: lo stress, la fame, la stanchezza accumulata esplodono insieme. Viene accompagnato in ospedale per accertamenti. Nulla di grave. In serata arriva un operatore della rete di accoglienza. Li accompagnerà in una struttura dedicata, verso un nuovo tentativo di stabilità. O forse solo verso la prossima fermata, un’altra città «bellissima» da inseguire. Perché Crema, oggi, non è solamente una città: è un passaggio, una stazione intermedia nel cammino inquieto dei minori migranti soli.

Non è più un’emergenza, ma un fenomeno strutturale. A Crema, oggi, il Comune si fa carico di 42 minori stranieri non accompagnati, ai quali si aggiungono 15 neo maggiorenni ancora inseriti nei percorsi di accompagnamento. Numeri che misurano la pressione costante sul sistema, ma soprattutto un dato umano che non può essere ignorato. Ragazzi che arrivano da soli, attraversano continenti senza adulti accanto, portandosi dietro tutto ciò che hanno: poche cose e una storia enorme. E che, nonostante tutto, continuano a credere che studiare sia il primo passo per salvarsi.

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