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Sabato 26 Settembre 2020

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TEATRALIA

Rinnovare il teatro: il caso del Piccolo Teatro di Milano
Che il palcoscenico post Covid reinventi il mondo

Rinnovare il teatro: il caso del Piccolo Teatro di Milano Che il palcoscenico post Covid reinventi il mondo
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Nicola Arrigoni

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«Il teatro è un modo di amare le cose e il mondo» scriveva Paolo Grassi. Nel mondo sconvolto dal Covid-19 il teatro diventa più che mai specchio del mondo, la condizione di apnea a cui è costretto è condizione comune. Sarà l’essere sospesi, sarà che nulla sarà come prima, ma più probabilmente il rischio è che tutto sia peggio di prima, sta di fatto che il desiderio di salvare il teatro, il desiderio di cambiare rotta – spinto e sollecitato dalla pausa imposta dal Coronavirus – ha scosso e sta scuotendo il Piccolo Teatro di Milano e per metafora interroga il sistema teatrale tutto. In questo senso la lettera che il personale del Piccolo Teatro di Milano ha scritto al Consiglio di Amministrazione del Piccolo racconta di un’esigenza sentita, urgente: cambiare rotta, immaginare un altro teatro, un teatro che sappia amare il mondo.

«Questo difficile momento storico ha evidenziato con forza problemi di organizzazione, difetti di procedure interne, questioni che esistono da molti anni e che il senso di responsabilità e la professionalità dei lavoratori hanno contenuto ma che non possono più essere ignorati. Il confronto fra tutti i lavoratori avvenuto in questi mesi e l’unità di intenti raggiunta ci permettono di dare un segnale forte a tutta la direzione: siamo sempre stati e saremo sempre una parte fondamentale della storia e della vita quotidiana di questo teatro – si legge nella lettera -. Pensiamo che, in vista della prossima scadenza del mandato ultraventennale del Direttore Escobar, e a cinque anni dalla morte di Luca Ronconi, il Piccolo Teatro abbia diritto ad avere una nuova guida, che sia in grado di progettare una ripartenza. Deve essere una figura di alto profilo culturale, intellettuale e artistico, oltre che di prestigio internazionale, in grado di restituire al Piccolo il suo ruolo di teatro pubblico e di ambasciatore della cultura italiana nel mondo. Una personalità – da ricercarsi attraverso una procedura di selezione chiara e trasparente – che sappia riorganizzare i processi produttivi e ripristinare una modalità corretta nelle relazioni tra i lavoratori, la direzione e la dirigenza tutta. Il teatro è un modo di amare le cose, il mondo, il nostro prossimo, scriveva Paolo Grassi ed è così che vogliamo continuare a esistere».

E se la figura di Sergio Escobar da iniziale traghettatore dalla gestione Strehler e Ronconi, è diventata figura stabile, è la presa di posizione del personale del teatro che – in particolare in questo periodo – parla di un disagio pregresso ma che è emerso oggi più che mai: di un teatro che non si limiti a snocciolare numeri di presenza, che non si limiti a frequentare il pensiero calcolante, ma che abbia il coraggio di affidarsi a un pensiero meditante, un pensiero pensante e carico di visione. Ecco di questo ha bisogno il Piccolo Teatro, ma forse verrebbe voglia di dire il sistema teatrale tutto. E sempre sulla scorta della cronaca e delle idee da mettere in campo piace l’idea di riportare lo stralcio della lettera pubblica redatta dai critici teatrali del trimestrale Hystrio in cui si legge: «La domanda, e insieme la proposta, che modestamente avanziamo è questa: quale, nel terzo millennio, potrebbe essere la migliore forma di governance del primo Teatro Nazionale? Una governance in grado di dare al Piccolo Teatro una forte identità artistica, con una capacità progettuale responsabile e coraggiosa che, senza rinnegare il passato, sia al passo con la complessità del teatro del presente, nazionale e internazionale. Una governance che non sia frutto di scelte politiche o esclusivamente gestionali. Hanno ancora senso, oggi, un direttore unico o un direttore affiancato da un consulente artistico? Forse non più. Crediamo al contrario che una “macchina” dalle enormi potenzialità come quella del Piccolo Teatro abbia bisogno sì di una guida, ma in stretto dialogo con altre voci e altre competenze per costruire un progetto artistico di ampio respiro, al passo con tempi che richiedono un ripensamento radicale delle forme di produzione e fruizione dell'oggetto teatro. Una figura capace di visioni, ma al riparo da personalismi. Perché allora non immaginare un direttore affiancato da un team di lavoro, formato da esperti di diversa provenienza, età, formazione e sguardo, come già avviene del resto in altri Paesi europei (Germania in primis)? Una piccola rivoluzione che potrebbe innescare la rivoluzione dell'intero sistema. Con il Piccolo in prima linea».

Perché mettere in relazione quanto scrivono i dipendenti del Piccolo Teatro chiedendo non rinnovare l’incarico a Sergio Escobar e quanto proposto dal trimestrale Hystrio? Perché le due missive raccontano di una comunità teatrale che sente – all’interno dell’istituzione e nello sguardo degli spettatori/professionisti – la necessità di un cambio di marcia, la necessità di pensare ad un altro modo di fare, produrre, proporre, comunicare, vivere il teatro. La pausa imposta del Covid-19 ha reso superfluo il teatro, ci si è resi conto (noi spettatori) che si può vivere anche senza andare a teatro, ma al tempo stesso la sospensione delle attività sceniche ha messo in evidenza come il teatro contenga il mondo, come il teatro sia relazione, contatto, respiro condiviso. Ciò che ci ha sottratto il Covid è il respiro, il contatto, l'abbraccio dei corpi... in fondo ci ha sottratto il teatro della vita.

E allora che il personale del più importante stabile italiano denunci un disagio pregresso al Covid e chieda un fare teatro, un promuovere teatro che sappia essere specchio del mondo, pensiero sul mondo è non solo importante, ma simbolicamente sottolinea come il teatro sia comunità, sia non solo l’espressione di una direzione artistica, di un sovrintendente, ma nel suo essere teatro della città sia e debba essere la scena del vivere comune. Non è un caso che nel 1947 il sindaco di Milano Antonio Greppi volle partire dal Teatro Alla Scala e dalla creazione del Piccolo Teatro per ricostruire la città di anime e corpi, fuoriuscita dalla guerra. E ancora la proposta avanzata da Hystrio di una direzione artistica che tenga conto della complessità della nostra società sembra promuovere l’idea di un teatro non solo contenitore di spettacoli, ma città delle idee, uno spazio del pensiero in cui l’arte scenica è un aspetto di un progetto culturale più ampio che chiede alla comunità di partecipare a una nuova visione, una nuova utopia di una città – Milano, l’Italia – rinnovata dalla cultura. Perché di questo si parla: coltivare il futuro attraverso l’atto generoso della creatività e del pensiero poetico, che costruisce visioni, prospettive, scenari abitabili di un nuovo umanesimo. Questa è la sfida che attende il Piccolo Teatro di Milano, questa è la sfida che deve cogliere il teatro: luogo della visione e dell’azione, luogo della presenza e della partecipazione.

25 Giugno 2020