''Le nuvole di Picasso''
di Alberta Basaglia
pagine 92, € 10
Feltrinelli
Una bimba con la testa sempre sghemba per riuscire a vederci malgrado i ‘buchi’ negli occhi, le gonne scozzesi e i maglioni verdi o rossi fatti a maglia dalla mamma, le ragazze alla pari inglesi con i capelli dai colori strani. E soprattutto due genitori speciali, che avevano «l’idea che tutti, proprio tutti —, maschi, femmine, matti, malati, bambini, bambini malati — dovevano avere una possibilità per poter vivere la loro vita (...) E anch’io con il mio Coloboma ero nel gruppo. Grazie alla mia malattia, ho capito dal di dentro il ragionamento dei miei»: lo scrive Alberta Basaglia ne Le nuvole di Picasso, un affettuoso ‘lessico famigliare’ che racconta la difficile e meravigliosa ri- voluzione di Franco Basaglia, lo psichiatra che non solo chiuse — o aprì, dipende dai punti di vista — i manicomi e che soprattutto ridiede dignità ai malati di mente, a quegli uomini e a quelle donne che erano stati rinchiusi in luoghi chiusi, di fatto concentrazionari e inevitabilmente patogeni. E vi erano stati rinchiusi a volte perché effettivamente affetti da patologie, a volte perché il loro comportamento non era conforme a quello comune. Alberta Basaglia, autrice del libro insieme al- la giornalista Giulietta Raccanelli, spalanca quindi le porte su una famiglia speciale che tutte le sere vedeva riunirsi — come i cavalieri della Tavola Rotonda — i collaboratori di Basaglia e della moglie Franca Ongaro, qualche giornalista incuriosito da ciò che avveniva a Gorizia, intellettuali. Discussioni accese e piatti di spaghetti, fumo di sigaretta, chiacchiere, risate e qualche matto che ogni tanto circolava per casa, come Velio — per anni legato a un letto di contenzione — che arriva a dipingere le stanze di blu e di arancione. «Stavamo dentro a un fermento, a un ribollio che per noi bambini era la cosa più normale del mondo», osserva Alberta. Più complicata, invece, l’adolescenza: come sarebbe stato possibile, in pieno ‘68, fare come gli altri e contestare la generazione dei padri, quando il proprio padre era un simbolo per gli studenti che volevano scardinare il sistema? E sulle orme di quel padre va anche Alberta, che oggi è psicologa, e che da studentessa affronta l’aspetto più tragico dei manicomi prima della rivoluzione di Basaglia: i bambini e le bambine inghiottiti in un universo peggiore del carcere. «Bambini disturbanti, menomati, epilettici, handicappati, indigenti; e quindi rinchiusi. Mai ripagati dei diritti fondamentali di cui erano stati privati». Bambini vittime innanzi tutto dell’ignoranza e dell’indigenza «e di una legge che autorizza a internare chi risulta impossibile da soervegliare e da assistere». Una legge che Franco Basaglia ha cancellato.
Barbara Caffi
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