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Tra fiaba e incubo

In fondo a una buca con la voglia di vivere

Due fratelli prigionieri si aggrappano all’illusione

Gigi Romani

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lromani@laprovinciadicremona.it

20 Novembre 2014 - 16:54

In fondo a una buca con la voglia di vivere

Ivan Repila
‘Il bambino che rubò il cavallo di Attila’
Sellerio
112 pagine, € 14

Un libro sconcertante, una storia che ha il tono della fiaba e l’andamento di un incubo, sino al finale, doloroso e catartico, risveglio «da un sogno spaventoso con l’energia di un mare che erompe, abbattendo i muri che ci impongono il silenzio, ritrovando il posto che è nostro, prendendo la parola». Ecco quindi che la vicenda prende il senso di una parabola, metafora della speranza che non si spegne, del ribellarsi al proprio destino, dell’istinto vitale sorretta dalla fantasia, dalle allucinazioni (che spiegano il titolo), i sogni e i ricordi. Siamo in fondo a una buca in un bosco, dove giacciono due ragazzini, due fratelli che conosciamo solo come il Grande e il Piccolo. Una buca larga, dove arriva il sole come la pioggia, ma profonda e dalle pareti ripide che non si riescono a scalare in alcun modo e sul cui orlo si affacciano i lupi. Una prigione allucinante e senza uscita, tranne forse quella che può essere perseguita appunto lottando col tempo, aggrappandosi al racconto e l’illusione, e con la costanza indefettibile della ragione, della forza che arriva dalla voglia di vivere. E il lettore è lì, nella buca, con i due protagonisti, incapace di scappare, lui legato alla lettura, precipitato in quella situazione assurda e sicuro che ogni cosa abbia un senso. Loro i due ragazzi che mettono da parte, non vogliono e si impongono di non toccare una borsa con le provviste lasciate dalla mamma, sempre vittime del freddo e del caldo, dell’umidità e dei morsi della fame, pronti a bere acqua e terra depurata con la stoffa delle loro camicie, e perennemente a caccia di cibo, larve, insetti, radici e qualsiasi cosa pensano si possa succhiare o masticare. La verità, dice il grande è che c’è gente per la quale vivere è come stare nel pozzo, in quella condizione in cui sono loro due e da cui non pensano che a cercar di fuggire, non accettando passivamente la propria condizione. Il Grande è più forte e robusto e protettivo nei confronti del Piccolo, più gracile, dalla mente fervida e che gli ubbidisce senza discutere, anche in una divisione del cibo che riescono a rimediare apparentemente ingiusta: 80% al Grande e il resto al Piccolo. L’idea è che uno si fortifichi il più possibile, tanto è vero che fa anche continui esercizi fisici per mantenersi tonico e sviluppare il più possibile i muscoli, e l’altro invece si assottigli e alleggerisca al massimo, al limite della sopravvivenza e preda di allucinazioni. Tanto che il Grande, dovrà lavorare anche per rendergli un po’ di stabilità mentale.

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