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Giovedì 25 Febbraio 2021

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18 febbraio 1947

Troppe foibe in Istria

L'esodo da Pola visto dalla B.B.C.

Troppe foibe in Istria

La paura provata sotto il regime di Tito insegue come un incubo i profughi, ansiosi di ritrovare pace e tranquillità

LONDRA, 17 febbraio - Christopher Serth, corrispondente italiano della B.B.C. ha assistito a Ancona all'arrivo dei profughi da Pola. Ecco le sue impressioni trasmesse da Radio Londra ieri notte, nella Radio Gaceta per l'America latina delle 2,15 antimeridiane.

«Il piroscafo non è ancora in vista. Una leggera nebbia copre il mare e limita la visibilità a qualche centinaio di metri.

È il quinto sbarco di profughi che il «Toscana» effettua. C'è poca gente attorno a me: rappresentanti della Prefettura, del Comune, del Comitato profughi e della Commissione pontificia, infaticabili questi ultimi. Colpi sincroni di sirena ci avvisano che il quinto convoglio dei profughi «volontari» sta per arrivare.

Mentre al Nord, dall'Oder alla Vistola, si dà la caccia a milioni di creature umane per trapiantarle con la forza a centinaia di chilometri dalle loro case qui avviene esattamente il contrario. Migliaia di famiglie abbandonano tutto: posizione, averi, focolare e vanno verso l'ignoto «volontariamente».

È questo che mi ha spinto ad assistere all'arrivo di questi curiosi profughi nell'animo dei quali sospetto si nasconda uno dei più affascinanti e tormentosi problemi del dopoguerra, squisitamente spirituale: lo squilibrio cioè provocato negli individui dall'accavallarsi di due civiltà lungo le loro linee d'urto.

Incomincio ad intravvedere la sagoma del «Toscana»; si odono da bordo canti e grida di «Viva l'Italia» mentre la nave si avvicina al molo, posso constatare che i canti provengono dal centro, dove si sono ammassati i giovani: ragazze e giovanotti che hanno intonato antichi cori istriani, canzoni patriottiche del Risorgimento italiano.

Il resto della nave, prua e poppa letteralmente gremito di uomini, donne, bambini e vecchi, inverosimilmente caricato di masserizie, è silenzioso. Salgo a bordo. Quasi tutti i profughi sono operai o artigiani e noto moltissimi bambini, tutti ben tenuti. I volti degli uomini e delle donne sono gravi, tristi e pensosi ed i loro sguardi lontani. Alcuni di essi andranno a Bolzano, altri a Palermo, a Udine o altrove, disseminati lungo la Penisola.

Il Governo italiano ha fatto molto, ma il compito che deve assolvere è grave, data la situazione interna e la disoccupazione che aumenta costantemente. Ho interrogato numerosi profughi; a tutti ho posto la domanda: — Perché ve ne siete andati se nessuno vi obbligava a farlo?

Parecchi, i più giovani mi hanno risposto: — Sono nato italiano e voglio morire italiano.

Altri, pochi intellettuali: — Preferiamo essere cittadini poveri, che schiavi ben pasciuti.

Ma la gran massa è stata sincera ed ha pronunciato una sola parola: «Paura!».

È un fatto: i 45 giorni dell'occupazione di Pola da parte delle truppe jugoslave sono stati un incubo continuo, un'angoscia che serrava il cuore, una morte lenta senza speranza.

— Troppe foibe — mi ha detto un artigiano ed una donna ha soggiunto: — Gli slavi non sono cattivi, ma quando hanno bevuto sono peggio dei tedeschi.

Ed è questa folle paura dell'Oriente che spinge migliaia di famiglie ad abbandonare tutto.

Quando scendo dalla nave mi risuonano ancora nelle orecchie le tragiche parole: — Troppe foibe in Istria, signore, troppe foibe!».

17 Febbraio 2021