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Martedì 11 Agosto 2020

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28 luglio 1955

La straordinaria storia del reduce Luigi Maffini

La straordinaria storia del reduce Luigi Maffini

Nel salone del Municipio, le  autorità e il popolo di San Martino Buon Albergo di Verona, hanno festeggiato il reduce Luigi Maffini fu Marcellino, nato a Stagno Lombardo di Cremona il 27 maggio 1874, pensionato della previdenza sociale, medaglia d'argento della campagna d'Africa 1895-96.

Il Maffini, che fu per 25 anni direttore del panificio comunale, partecipò, quale caporale maggiore di fanteria, alla battaglia Adua-Adigrat nelle file del battaglione comandato dal maggiore De Amicis il quale si sparò un colpo di pistola alla testa piuttosto di cadere prigioniero nelle mani dei negri.

Di quel battaglione, la cui compagnia del Maffini era comandata, dal capitano Zola, non rimasero, ai termine dei violentissimi scontri, che 64 uomini.

La mattina del 2 marzo 1896, cioè a distanza di un giorno dall'accanita battaglia, il Maffini, con cinque ferite, di cui una particolarmente grave alla testa, si svegliò tra i morti rimasti sul terreno. Bisogna proprio dire che la morte non l'abbia voluto se egli, mentre la ritirata delle forze italiane era in pieno svolgimento, riuscì ad organizzare, assieme ad altri tre o quattro compagni, una resistenza che consentì il ripiegamento dei nostri soldati. Poi, stremato di forze ed ormai privo di munizioni, quando era riuscito a rompere l'accerchiamento, rimase sul campo dove i nemici, che erano soliti ispezionare i cadaveri per vedere se tra questi non vi fosse qualche scampato, lo ritennero morto.

Quando riaprì gli occhi si trovò completamente nudo ed immerso in una pozza di sangue che gli era colato dalla testa, dalla mano, dalla spalla sinistra e dal piede pure sinistro. Non poteva camminare per cui incominciò a trascinarsi rimanendo seduto. Gli interrogativi erano molti: quale strada prendere? Dov'era il nemico? In quale direzione si trovavano gli italiani?... Il Maffini ricordava comunque due cose importanti: quando il suo battaglione era avanzato, con una marcia notturna, il sole si era levato, all’indomani, alle sue spalle. Inoltre, un giorno, osservando il paesaggio circostante, il suo comandante gli aveva fatto notare una Amba che, nel profilo, rassomigliava stranamente ad un vecchio barbuto. Furono questi indizi a suggerire al nostro baldo superstite la via della salvezza. Stremato nelle forze senza mangiare e con le ferite doloranti il Maffini, dopo un lungo cammino si era fermato a riposare. Ma, svegliatosi troppo tardi, il sole del mattino gli aveva bruciato la pelle producendogli, specie nella parte superiore del corpo, numerose piaghe. Finalmente, riuscì a trovare un qualche cosa onde coprirsi e ripararsi dai raggi violentissimi del sole.

Sul suo cammino incontrò anche un compagno ferito che poco dopo, in una vallata, fu ucciso dalle sentinelle nemiche. Infatti, le forze nemiche, allo scopo di dare l'ultimo assalto al forte di Adigrat, si erano raccolte nella vallata che il Maffini doveva attraversare per raggiungere gli italiani assediati. Poi, i negri si spostarono ed il reduce potè proseguire la sua marcia estenuante. Era la mattina del 20 marzo quando il Maffini, sul colle antistante il forte, incontrò una pattuglia nemica la quale, dopo averlo ben bene osservato, lo lasciò andare impietosita dal suo stato.

Ci volle del bello e del buono per raggiungere il forte anche perchè gli italiani, temendo trattarsi di qualche spia, non riuscivano a credere ai loro occhi. Ma con l'arrivo del Maffini che tutti ritenevano caduto sul campo, i superstiti della battaglia erano diventati 65 e il comandante del forte, maggiore Prestinari, commosso ed emozionato, lo salutò sull'attenti. Consumò, per la prima volta dal giorno di quello storico scontro, un pasto l’11 giugno.

Quando gli italiani, in seguito ad accordi diplomatici, poterono uscire dal forte i feriti vennero trasportati in barella. Durante questo trasferimento il Maffini incontrò il generale Antonio Baldissera, che sapute le sue gesta lo andava cercando, e che gli regalò 30 lire per dimostrargli la sua riconoscenza. «Bevi una bottiglia!», gli aveva detto sorridendo col colonnello Brusati, presente all'incontro. E quasi quasi non riusciva neppure ad imbarcarsi per l'Italia poiché, in seguito, ad un errore di trascrizione, gli addetti allo smistamento continuavano a chiamarlo Maffei anziché Maffini.

Molti anni dopo, a Cremona, durante una cerimonia, il re Vittorio Emanuele III, che sul petto del Maffini aveva notato la medaglia d'argento e quella della campagna d'Africa, si fermò accanto al superstite per augurargli, dopo un breve colloquio, una vita felice.

A Verona, il Maffini fondò l'Associazione dei Reduci d'Africa che, in un secondo tempo, fece apporre in piazza Brà la storica lapide che ricorda il monito di Garibaldi.

In questi giorni il Ministro della Difesa, che ha proposto il Maffini per il cavalierato della Repubblica, ha inviato al superstite un non cospicuo assegno di 5 mila lire a titolo di premio. Comunque questo gesto dello Stato ha commosso anche la signora Elena Ventura, moglie del vecchio combattente. Le gesta del Maffini rimangono sintetizzate nella motivazione della medaglia d'argento al valore che il Ministro della Guerra gli ha concesso in data 3 aprile 1898: «Si condusse valorosamente durante il combattimento. Negli ultimi istanti, accerchiato e sopraffatto, si difese coraggiosamente, riuscendo a liberarsi (cinque ferite d'arma da taglio). Adua 1 marzo 1896».

25 Luglio 2020