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Martedì 19 Novembre 2019

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9 novembre 1952

Luogo in cui fu forse scritta la “Norma” fu sede Casalbuttano di un tempestoso amore

Luogo in cui fu forse scritta la “Norma” fu sede Casalbuttano di un tempestoso amore

Giuditta Turina e Vincenzo Bellini si erano incontrati per la prima volta nel 1828 a Genova in un palco del Carlo Felice durante una rappresentazione di «Bianca e Fernando». Fu Giuditta ad innamorarsi di lui.

Figlia di un ricchissimo industriale milanese ella era andata sposa a sedici anni al ventiquattrenne Ferdinando Turina di Casalbuttano, possidente di una magnifica fortuna in terre ed in palazzi. Giuditta che amava la musica e le arti, aveva trovato in Ferdinando un marito perfetto, dolce e gentile, che la assecondava in ogni desiderio ed il loro matrimonio fu sereno sino al giorno in cui comparve Bellini lo acclamato musicista siciliano.

Dal momento stesso in cui lo vide, Giuditta si sentì difatti presa da quel giovane «biondo come il grano, dolce come un angelo, giovane come l'aurora», e non tentò neppure di vincere i suoi sentimenti. Ecco difatti come Bellini descrive all'amico Fiorino l'origine del loro amore: «Dunque conobbi questa giovane appena di ventotto anni, bella amabile e di una dolcezza di carattere da far innamorare. In Genova le fui presentato dalla Marchesa Lomellini ed ella mi accolse con tanta bontà che da allora mi piacque molto... Ma il motivo per cui mi interessai a lei fu che, dopo due giorni che l'ero stato presentato, andai a farle la prima visita in casa, dov'era col fratello, sola persona che l'accompagna nei viaggi, essendo il marito sempre occupato negli affari. Dunque nell'entrare e nel vedermi ella diventò come uno scarlatto, ed io quasi fui sorpreso ed incantato di questo fenomeno inaspettato, e perciò posi pensiero di amarla. Nei giorni seguenti seguitai a visitarla ...e così ebbi delle ore che fui solo con lei, e sai come cadono i discorsi, senza avvedersene, in quei primi pensieri che sono fissi in testa. Così noi ci dichiarammo innamorati, ma ella facea dei gran dubbi per la mia costanza, e perchè io era obbligato a passare di paese in paese, e perchè ella non poteva stare sempre a Milano. Mi batteva sempre su questi punti ed in lei non cessavano mai i dubbi sul mio amore».

Questa la narrazione: nella realtà Giuditta fu presa a tal punto dalla nuova passione che bruciò tutta se stessa in quel fuoco.

Già, sotto il tono scherzoso racconta all'amico l'avventura, e compiaciuto con cui Bellini traspare il motivo dominante e drammatico di questo amore, che trascinerà i due giovani nel vortice di un reciproco tormento in un'estasi pagata col prezzo delle lagrime: la gelosia.

Nato con l'aspetto di una galante avventura, di una delle mille avventure di cui è ricca la vita di un artista brillante ed acclamato come Bellini questo sentimento trarrà tale vigore dalle anime ardenti dei due protagonisti, da divenire per entrambi la esperienza sentimentale fondamentale.

Dopo lo insuccesso che il pubblico parmense decretò nel 1829 alla sua «Zaira», Bellini si recò a Casalbuttano, ospite di casa Turina, a cercare conforto. La sua relazione con Giuditta non era ancora trapelata ed il marito accolse il giovane musicista con l'affabilità del gran signore. Giuditta suonava le melodie sulla spinetta che Bellini scriveva per lei ispirandosi a lei, all'amore che lo inebriava sino al punto da renderlo geloso del marito.

Nacquero in questo periodo le immortali pagine della Norma? Difficile dirlo, ma è certo che tutta la produzione del musicista fu in questi anni intimamente legata alla influenza che Giuditta ebbe su di lui, al suo amore per lei, ed ai lunghi soggiorni a Casalbuttano.

Anche dopo la prima disastrosa rappresentazione della «Norma» alla Scala, Bellini cercò conforto in Giuditta e si recò a Como, dove lei lo attendeva. Il loro amore pur tra i contrasti e le amarezze che già ne preannunciavano la fine, si era fatto forte, e cocente e disperato. Non esitò quindi Giuditta a seguire l'amato a Napoli autorizzando in tal modo tutti a dire pubblicamente quello che già prima pensavano circa i sui rapporti col Maestro.

Il soggiorno partenopeo si risolse in una serie di litigi violentissimi. Bellini era fatto segno a mille cortesie, era disputato in ogni circolo, in ogni salotto, persino il Re lo volle vedere e tanto più falsa da tali obblighi mondani risultava la posizione di Giuditta.

Pentita del gesto pazzesco che aveva compiuto rompendo i legami con il suo passato, rosa dalla gelosia, spinta dal desiderio insano di veder nascere in lui almeno parte del proprio tormento partì.

 Da parte sua Bellini proseguì il suo viaggio per la Sicilia. La ritrovò al suo ritorno, ma già in entrambi era il presentimento di un definitivo distacco e la partenza del musicista per Londra segnò la fine di quel tormento reciproco.

Bellini riuscì a dimenticare la bella donna da cui pur aveva avuto tante sensazioni dolci e squisite.

Giuditta invece, allontanata dal marito, ma non dalla buona società milanese rimase fedele e sempre andò orgogliosa di quell'amore sino a che morì nel 1871, a quell'amore — pure nelle disavventure da cui ne erano derivate — orgoglio unico della sua vita.

07 Novembre 2019