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Lunedì 17 Giugno 2019

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«Io, diplomatico dal Manin a Bruxelles»

Davide Bonvicini ha lavorato all'ambasciata del Cairo durante le primavere arabe. Oggi è primo segretario portavoce dell'Ufficio Stampa dell'Unione europea

«Io, diplomatico dal Manin a Bruxelles»

CREMONA - Davide Bonvicini, cremonese, ex studente del liceo Manin, diplomatico italiano, è stato ospite della sua scuola per raccontare l'esperienza internazionale maturata nell’ambito delle iniziative formative sull'Unione europea, legate al ruolo che il liceo cittadino ricopre quale scuola ambasciatrice del Parlamento Europeo.

Come nasce il suo interesse per le relazioni internazionali?

«Nasce dall’amore per il viaggio e dalla curiosità di nuovi mondi da scoprire. Il percorso di studi che ho scelto mi ha permesso di trasformare le mie passioni in un lavoro. Ovviamente a 18 anni, quando scegli l’università, hai sempre dubbi e reticenze, e tantomeno sai cosa vorrai fare ‘da grande’. Anch’io non avevo le idee chiarissime, e l’idea di studiare le relazioni internazionali è nata quasi per caso. Ma subito dopo la prima sessione d’esami, ho avuto l’impressione di aver fatto bene a seguire l’istinto, e col passare degli anni, ho concentrato gli sforzi sulla realizzazione professionale in questo ambito. Non é stato semplice, ma é stato possibile».

Un’idea maturata nel tempo o legata agli anni del Manin?

«Sì, in parte. Quelli sono gli anni in cui tutto e nulla ti appassiona. Ma credo che studiare tre lingue straniere (insieme a storia, filosofia e materie letterarie) abbia influito sulla scelta poi di proseguire gli studi in ambito internazionale. Sicuramente il liceo linguistico mi ha fatto capire che mi sarebbe piaciuto viaggiare a cambiare spesso paese».

Poi che tipo di studi ha fatto?

«Dopo la maturità, mi sono iscritto a Scienze Internazionali e Diplomatiche a Forlì, dove mi sono laureato. Ho poi vissuto un anno a Parigi, a Sciences Po, e seguito corsi del Master Carrières Internationales. Ho infine completato i miei studi con un master di II livello al Collegio d’Europa a Bruges, in Belgio, in EU International Relations and Diplomacy Studies».

Che cosa l'affascina delle scienze internazionali e diplomatiche?

«Le relazioni internazionali sono una disciplina complessa che tocca numerosi ambiti. Un evento storico è sempre il prodotto di numerose variabili economiche, sociali e politiche. E le scienze internazionali e diplomatiche, come branca delle scienze sociali, consentono di comprendere la realtà che ci circonda, e interpretare i fenomeni complessi che hanno un impatto sulla vita reale di tutti noi. Mi piace scoprire continuamente nuovi aspetti, prospettive e punti di vista. Nelle relazioni internazionali non esistono verità assolute, ma chiavi di lettura e diverse prospettive, anche se alla fine è sempre necessaria una scelta».

Qual è stato il momento in cui ha capito che ciò che aveva studiato sarebbe diventato un lavoro?

«Non credo ci sia stato un momento esatto. Col passare del tempo, e grazie alle varie esperienze che ho vissuto, ho gradualmente capito che la carriera diplomatica avrebbe potuto fare al caso mio. La passione maturata per la storia e la politica durante il periodo universitario ha sicuramente influito, così come le esperienze di studio e lavoro a New York, Parigi e Bruges. Ho capito che vivere in un ambiente internazionale, stando ogni giorno a contatto con persone di culture diverse, mi dava energia e mi arricchiva. Ho sempre amato studiare, viaggiare e stare a contatto con la gente. Forse anche senza saperlo con certezza dall'inizio, la carriera diplomatica è sempre stata la mia strada naturale».

Qual è stata la sua prima esperienza all’estero?

«Nel 2005 sono stato all’ONU dove ho svolto un tirocinio con una piccola borsa di studio. Forse da quel momento ho desiderato per la prima di voler lavorare in ambito internazionale. Avevo 22 anni, laurea triennale in tasca e prevedevo di terminare anche la magistrale. Sono andato a vivere a New York da solo, é stata un’esperienza anche molto dura all’inizio, ma che ho portato a termine e che si é rivelata una delle più belle avventure della mia vita. E infatti subito dopo sono partito per Parigi grazie a una borsa Erasmus. Come suggerimento per i giovani studenti che ho incontrato al Manin, mi sento di dire loro che se hanno un sogno, devono combattere per realizzarlo. Serve dedizione per seguire le proprie passioni, in ogni disciplina».

Qual è stato il suo primo incarico? E dove?

«Nel 2008 ho vinto un concorso per la Commissione europea, e mi sono trasferito a Bruxelles per qualche tempo. Nel 2010 ho vinto il concorso diplomatico, mi sono trasferito a Roma, entrando in Farnesina. Dopo circa tre anni al Ministero degli Esteri, dove ho prestato servizio alla Direzione Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie, e al Servizio per la Stampa e la Comunicazione Istituzionale, sono stato assegnato all’Ambasciata d’Italia al Cairo, dove ho servito per quasi quattro anni in qualità di Vice Capo dell’Ufficio Economico e Commerciale, Capo Segreteria dell’Ambasciatore e addetto stampa».

Per intraprendere una carriera diplomatica quali predisposizioni bisogna avere?

«Curiosità, caparbietà e spirito di adattamento. Credo sia fondamentale avere anche una grande apertura mentale. Il mondo della diplomazia può sembrare rigido e formale, ma in realtà non è cosi. Ho vissuto momenti, durante il mio lavoro, in cui era necessario trovare immediatamente una soluzione pratica, risolvere un problema per un connazionale o un’impresa quando sembrava che le condizioni esterne non lo permettessero. In questi momenti bisogna essere creativi, e dimostrare di essere in grado di pensare al di fuori dei canoni convenzionali. Infine, è necessario essere in grado di adattarsi ad ogni ambiente e circostanza. Cambiare regolarmente città, paese, continente e funzioni lavorative può essere stancante, ma sentire che casa tua non è semplicemente un luogo fisico ma è ovunque tu vada è una sensazione impagabile. Inoltre, le funzioni e il ruolo dei diplomatici sono evoluti nel tempo. Accanto alla dimensione tradizionale, per cui il diplomatico deve essere un eccellente negoziatore e saper affrontare con uguale preparazione i temi della politica e dell’economia, i fenomeni socio-culturali, e individuare le priorità strategiche per il Paese, si è aggiunta, soprattutto nel corso del XX secolo, quella della fornitura di servizi alle imprese e ai cittadini italiani nel mondo. Le parole d’ordine oggi sono interdisciplinarità, rapidità, professionalità, preparazione e comunicazione».

Che tipo di rinunce richiede?

«Richiede molti sacrifici, anche a livello personale. Non è semplice dover ricominciare sempre da capo. Quando, dopo qualche anno, senti di aver trovato un tuo equilibrio personale e professionale nel Paese in cui ti trovi, è il momento in cui è necessario muoversi di nuovo e iniziare da zero in un nuovo contesto. Il lavoro che faccio richiede profondo impegno: spesso capita di uscire dall'ufficio molto tardi la sera, o dover essere costantemente reperibili anche nei fine settimana o quando si è in congedo. La sfera personale chiaramente ne risente ma è ugualmente possibile, a mio parere, conciliare carriera e vita privata. Posso dire ai ragazzi che vogliono intraprendere questa carriera che qualche rinuncia sarà necessaria, ma posso assicurare loro che le soddisfazioni che questo lavoro regala sono impagabili».  

Basta fare l’università?

«L’Università è una condizione necessaria ma non sufficiente. Bisogna arricchire il proprio profilo sotto ogni punto di vista, accademico e professionale. Fare esperienze di studio e lavoro in altri paesi sono un valore aggiunto quasi obbligato. E’ fondamentale arricchire la propria “cassetta degli attrezzi”, composta da conoscenze e competenze, non fermandosi mai e cercando al contempo di sperimentare sempre cose nuove. Soprattutto nella fase post universitaria è necessario tenersi sempre in movimento, facendo anche esperienze di lavori semplici, che troppo spesso vengono snobbati, ma che nel mio caso sono stati necessari per crescere e per imparare a non perdere mai il contatto con la realtà da cui provengo e che mi circonda. L’insegnamento è che solo col duro lavoro e il sacrificio si possono raggiungere tutti gli obiettivi prefissati».  

Che tipo di formazione bisogna avere?

«I requisiti per poter essere ammessi a partecipare al concorso per la carriera diplomatica sono: età non superiore ai trentacinque anni, laurea in uno dei tre grandi filoni delle scienze politiche/relazioni internazionali, giurisprudenza, economia, e idoneità psico-fisica tale da permettere di svolgere l'attività diplomatica sia presso l'Amministrazione centrale che in sedi estere, ed in particolare in quelle con caratteristiche di disagio». 

Che cosa ha voluto dire trovarsi in Egitto nel momento delle primavere Arabe?

«Non è stato semplice. Sono arrivato a giugno 2013, nel pieno dei moti popolari contro l’allora Presidente egiziano Morsi. Ho vissuto in diretta il cambiamento di regime, lo stato di emergenza e il coprifuoco, che poi è durato mesi. E’ stata un’esperienza molto intensa, in prima linea, in cui devi essere operativo h24 per le emergenze. Trovarsi al Cairo nell’estate del 2013 è stata un’esperienza molto difficile, ma aver avuto la possibilità di vedere una trasformazione storica cosi importante da un osservatorio eccezionale come quello di un’Ambasciata è stato uno dei momenti più importanti della mia vita». 

In che modo si è preparato a quell'incarico?

«Sempre con spirito aperto e senza alcun preconcetto. Ho imparato l’arabo, che non solo si é rivelato fondamentale nella mia esperienza in Egitto, ma mi é servito per arricchire ulteriormente le mie competenze. E poi, il grosso del lavoro si impara sul campo, ed è proprio per questa ragione che un buon diplomatico deve essere pronto a cambiare rapidamente non solo contesto ambientale, ma anche le proprie funzioni».

Oggi è primo segretario portavoce capo dell’Ufficio Stampa a Bruxelles. Che differenza c'è fra lavorare in un'ambasciata e assumere il ruolo che oggi lei ricopre a Bruxelles?

«Cairo e Bruxelles sono due esperienza totalmente diverse. Il multilaterale é un ambito che per definizione prevede una molteplicità di attori, e quindi un maggior numero di interazioni. A Bruxelles, in qualità di Portavoce, gestisco in prima persona la comunicazione della missione diplomatica permanente all’UE, curo le relazioni quotidiane con la stampa nazionale ed estera accreditata, cui fornire informazioni specifiche relative alla posizione nazionale su tematiche che coprono tutti i settori della Rappresentanza. In tale contesto, curo anche le relazioni con i portavoce degli altri 27 Stati Membri dell’Unione, e delle istituzioni comunitarie (Consiglio, Commissione e Parlamento). Inoltre, d’intesa con i rispettivi Portavoce, mi occupo anche di curare la parte stampa del Presidente del Consiglio ai Consigli europei, e delle numerosissime visite di rappresentanti del Governo italiano a Bruxelles».

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14 Marzo 2019