L'ANALISI
A SORESINA
10 Gennaio 2026 - 09:00
Luca Ward
SORESINA - Essere ‘tutti e nessuno’ richiede talento, misura e una buona dose di ironia. Luca Ward, attore e una delle voci più iconiche del doppiaggio italiano, lo sa bene e lo racconta nel suo spettacolo Il talento di essere tutti e nessuno, in scena domani pomeriggio alle 17.30 al teatro Sociale, all’interno della rassegna SiFaSera, diretta da Bruno Tiberi. Ward ha prestato la voce, tra gli altri, a star internazionali come Pierce Brosnan, Russell Crowe, Hugh Grant e Samuel L. Jackson, interpreti diversissimi per fisicità, ruoli e temperamento.
Ci vuole davvero talento per essere ‘tutti e nessuno’, passando da Brosnan a Crowe, da Hugh Grant a Samuel L. Jackson. Come si adatta la voce a personalità così diverse?
«Ci vuole sicuramente anche un po’ di fortuna, perché sono attori complessi, straordinariamente bravi e molto diversi tra loro. Basta pensare a Samuel L. Jackson e Hugh Grant: sono mondi opposti. Una cosa però è importante chiarirla, perché spesso non si conosce il nostro mondo: non siamo noi a scegliere gli attori, ma sono loro – insieme ai registi – a scegliere noi doppiatori. Nel panorama del cinema americano hanno sempre pensato che io fossi abbastanza camaleontico, ma trovare persone con certe capacità non è affatto semplice».
Il mondo del doppiaggio entra anche nello spettacolo?
«Sì, ma lo racconto prendendo molto in giro il mio lavoro. Non mi sono mai preso sul serio. I lavori davvero degni di nota sono altri: i medici, i ricercatori, i vigili del fuoco, le forze dell’ordine. Noi facciamo un mestiere divertente, fantasioso, mai noioso. E nel mio spettacolo lo prendo in giro, come ho sempre fatto nel corso della mia carriera».
Che effetto le fa sentire la sua voce su ‘corpi altri’, su attori diversi da lei?
«Noi siamo abituati a lavorare con la voce, quindi ascoltarla non è mai un trauma, a differenza di quello che succede a molte persone quando riascoltano un vocale su WhatsApp e dicono ‘ma questa non è la mia voce!’. È solo questione di abitudine. Il nostro mestiere ci porta ad avere una cura particolare della voce e a usarla tutti i giorni. Poi è chiaro: ogni film, ogni interpretazione, è sempre una scommessa».
Di recente ha lavorato a Norimberga. Un progetto complesso.
«Sì, ho appena finito di doppiare Norimberga. È un film monumentale, molto diverso da quello già realizzato in passato. C’è un rapporto fortissimo tra il personaggio e il medico. Quando ho iniziato ho detto ‘Dio mi aiuti’, perché non era semplice: per il 25-30% del film parlavo in tedesco, che non è certo la mia lingua madre».
Gli attori a cui dà la voce le hanno mai restituito un feedback?
«Sì, tutti. Anche se per un attore è complesso sentirsi con una voce che non è la propria. L’ho provato anch’io: ho recitato in Elisa di Rivombrosa, la prima serie, che ha fatto il giro del mondo. Mi sono sentito doppiato in arabo, portoghese, francese, russo. La prima volta, a Parigi, sentirmi con la voce di un attore francese mi ha fatto prendere un colpo, ma è normale. Poi certo, quando Russell Crowe o Pierce Brosnan ti fanno i complimenti per come hai fatto un film in poche ore ti fa effetto... Si sorprendono soprattutto della velocità del nostro lavoro».
Da uomo di teatro, come guarda oggi al doppiaggio contemporaneo?
«Il sistema è cambiato molto: oggi si lavora da soli, non più insieme come una volta. Questo è un problema enorme, soprattutto per i giovani. Noi siamo dei ‘transatlantici’, con un bagaglio di esperienza gigantesco; loro, poverini, a vent’anni si trovano soli in sala. Entro in uno studio di doppiaggio e non conosco più nessuno. È così da più di vent’anni. Il fatto di conoscere l’altro doppiatore o doppiatrice, di stare in sala insieme permette di creare relazioni, di adeguare il proprio ritmo. Lavorando da soli, con registrazioni che poi vengono assemblate, questo è un lusso che non ci si può più permettere, ma ne va della qualità del doppiaggio».
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