L'ANALISI
23 Marzo 2026 - 05:05
CREMA - Tra il Serio e l’Adda c’è un pezzo di Lombardia che ribalta la narrazione nazionale sull’occupazione femminile. Nel Cremasco lavorano quasi otto donne su dieci tra le under 50: 78,72%. Più di un dettaglio statistico: la fotografia nitida di un territorio che, almeno su questo fronte, tiene il passo e in alcuni casi lo detta. A guidare la classifica della provincia di Cremona è Campagnola Cremasca: 90,11%. Una percentuale che suona quasi come un’anomalia, tanto da valere il 37° posto in tutta la Lombardia.
Subito dietro, una costellazione di comuni che parlano lo stesso dialetto economico: sette su dieci nella top ten provinciale sono racchiusi proprio nell’Area omogenea che si sviluppa attorno a Crema. Il capoluogo del distretto non resta a guardare: 79,78%, ben al di sopra di Cremona, che si ferma al 76,05%. Numeri che raccontano una geografia produttiva dove il lavoro femminile non è accessorio, ma struttura portante.
I dati arrivano da Openpolis, fondazione indipendente che analizza dati pubblici per renderli accessibili e leggibili. La lente si stringe sulle under 50. Non a caso. È lì – dove il sistema italiano mostra le sue crepe più profonde — che si gioca la partita vera tra carriera, maternità e stabilità economica. Perché se è vero che il tasso di occupazione femminile nel Paese si aggira ancora attorno al 55-56%, tra i più bassi d’Europa, è altrettanto vero che proprio in quella fascia d’età si concentrano le uscite dal mercato del lavoro. Una su cinque, dopo la maternità, smette di lavorare. Non per scelta, spesso per necessità.

E allora il dato cremasco assume un peso diverso. Diventa controcampo. Qui, dove le percentuali salgono, si intravede un equilibrio più solido tra lavoro e vita privata. O, quantomeno, una capacità maggiore di reggere l’urto. Altrove, invece, il sistema arretra: le madri con figli piccoli lavorano nel 53,3% dei casi, contro il 72,7% delle donne senza figli. Un divario netto, che racconta di servizi insufficienti, carichi di cura squilibrati e opportunità che si assottigliano proprio quando servirebbero di più. Nel Cremasco, invece, la tenuta occupazionale femminile sembra poggiare su una rete più fitta: tessuto produttivo diffuso, imprese medio-piccole e una certa elasticità organizzativa. Non è solo una questione economica, ma anche culturale. Dove il lavoro femminile è la norma, diventa più facile sostenerlo e integrarlo.
Nel Mezzogiorno, l’occupazione femminile scende al 43,1%. A livello europeo, il gap con l’Italia non solo persiste, ma cresce: oltre 13 punti di distanza. E mentre negli ultimi dieci anni il tasso di occupazione è salito – dal 50,5% del 2015 al 58,3% del 2025 – la forbice con l’Unione si è allargata. Segno che la crescita, da sola, non basta.
C'è poi il nodo della qualità del lavoro. Perché lavorare non significa sempre lavorare bene. Tra le under 50, il 64,5% è impiegato in forme di lavoro part-time, spesso involontario. Il 18,5% rientra nella fascia del lavoro a bassa retribuzione: una precarietà che si insinua presto e rischia di diventare permanente. Anche qui, il dato cremasco apre interrogativi: quanto di quel 78,72% è lavoro stabile? Quanto è frutto di compromessi?
Le risposte, almeno sulla carta, sono note da tempo. Più servizi per l’infanzia, soprattutto dove mancano. Più sostegno alla genitorialità. Una redistribuzione reale dei carichi familiari, che passi anche da politiche attive sulla paternità. E poi formazione, incentivi alle imprese e percorsi di rientro per chi è rimasto fuori dal mercato del lavoro.
Ma dalla teoria alla pratica, il passo resta lungo. E allora territori come il Cremasco diventano autentici casi di studio. Non modelli perfetti, ma laboratori concreti dove i numeri si traducono in storie quotidiane: donne che tengono insieme lavoro e famiglia, aziende che si adattano, comunità che – forse senza dirlo – hanno già imboccato una strada diversa.
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