L'ANALISI
16 Marzo 2026 - 15:11
Paolo Gualandris, Renato Ancorotti, Mario Mantovani e Cristina Almici
CREMA - «Era veramente necessaria una riforma costituzionale?». E la domanda posta dal direttore del quotidiano La Provincia di Cremona e Crema Paolo Gualandris, ieri mattina nella veste di moderatore in una sala dei ricevimenti del palazzo comunale senza un posto libero a sedere, ha spalancato le paratie all’onda di chi vede nel sì «un’occasione storica».
Perché la costola cremasca di Fratelli d’Italia ha calato gli assi, nella volata finale dei confronti in vista del referendum costituzionale, con urne aperte domenica prossima e l’indomani, per confermare o meno una riforma della giustizia, che passa dalla separazione delle carriere di pm e giudicanti e da due distinti Csm.
Schierati, al tavolo dei relatori, due parlamentari nazionali e uno europeo: leggasi il senatore Renato Ancorotti, la collega eletta a Montecitorio Cristina Almici e l’eurodeputato e già vicegovernatore lombardo Mario Mantovani, con un trascorso da sottosegretario alle Infrastrutture nel quarto governo di Silvio Berlusconi e «legato a Crema da rapporti d’amicizia, confermati dalle preferenze che mi avete sempre concesso».

«La Costituzione è entrata in vigore ottant’anni fa — il mantra —: come accaduto in passato, la si modifica per adattarla alle esigenze». E la priorità a cui risponde il testo, per il parterre di FdI, è «tornare a un giusto processo, eliminando le ingerenze delle correnti nella magistratura».
«Se negli anni Novanta — la riflessione offerta da Mantovani — il 90% degli italiani aveva fiducia nei giudici e ora siamo scesi al di sotto del 40%, allora sono i magistrati a doversi interrogare. Io ho provato sulla pelle la malagiustizia, ma ho incontrato anche la giustizia buona. E vorrei che fosse la prima a fare un passo indietro: la categoria deve riguadagnare autorevolezza. Mentre se vincesse il no... Allora, avremmo tutti da preoccuparci».
«Questo è un referendum tecnico, non politico — la sottolineatura di Ancorotti — eppure la sinistra, nonostante la riforma fosse anche nelle sue corde, l’ha trasformato in un derby». «Il motivo è chiaro — ha raccolto l’assist Almici — sanno che la vittoria dei sì rafforza il governo di Giorgia Meloni lungo la strada delle riforma. Quella del premierato in primis». «Ma al lato pratico — ha incalzato il moderatore —: i processi non verranno resi più celeri».
«A quello stiamo già pensando, completando la pianta organica dei tribunali — la replica — ma in trent’anni ci sono stati anche 33mila ingiusti processi. E solo il 50% delle richieste di risarcimento per ingiusta detenzione è stata accolto», la chiosa di Mantovani. «Far sottostare la magistratura alla politica? Al contrario: vogliamo liberarla».
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