L'ANALISI
02 Febbraio 2026 - 05:25
Il 43enne Aref Sayed fra i suoi strumenti
CREMONA - Potenza di Cremona e della sua storia. Tra gli archi e le pietre bianche di una vecchia casa in muratura sale l’odore della colla contenuta nei barattoli. Li ha disposti sul bancone un uomo cortese, che ha seguito le orme di Stradivari frequentando le aule della Scuola internazionale di liuteria per poi esportare i segreti di quell’arte antica e immortale in un luogo sacro al centro del mondo e di tanti cuori: la Terra Santa, Betlemme. «Sono uno dei pochi, pochissimi liutai palestinesi — dice Aref Sayed, 43 anni, con un sorriso e una sorpresa che sembrano tradire una domanda —. Come avete fatto a trovarmi in questi vicoli?».
Padre falegname, madre cantante: il destino del figlio era scritto. «Ho ereditato le passioni dell’uno e dell’altra mettendo insieme il legno e la musica. Da bambino non c’era la televisione e il pomeriggio, dopo la scuola, ascoltavamo le canzoni trasmesse dalla radio». Alla liuteria Aref, originario di Gerusalemme dove ha vissuto nella Città Vecchia, si è avvicinato relativamente tardi. «Avevo studiato violino da un professore italiano ma il mio strumento si è rotto e così mi sono recato presso un artigiano ebreo, una persona molto gentile, per sapere dove potessi aggiustarlo. Le atmosfere della sua bottega mi affascinavano. Internet era ancora lontana, è stato lui a parlarmi per la prima volta di Cremona».

A quel punto Aref è tornato dal suo insegnante di violino. «Gli ho detto che volevo partire per Cremona e frequentare la Scuola di liuteria, ma non sapevo come fare perché non conoscevo nessuno. Allora lui ha scritto per me una lettera in italiano e l’ha spedita all’istituto, dove sono stato ammesso nel 2005». Non è stato facile ambientarsi in un mondo così diverso dal suo: «Non parlavo la vostra lingua, pochi i soldi in tasca. Non avevo nemmeno un posto dove stare, per fortuna sono stato ospitato alla Casa dell’accoglienza di don Antonio (Pezzetti, ex presidente della Caritas cremonese, ndr). A proposito, come sta? Ci sono rimasto per i primi sei mesi, dopo di che ho trovato un appartamento in affitto condiviso con uno studente di Musicologia, poi sostituito da un mio giovane compagno serbo della Scuola di liuteria, e con la mia fidanzata tedesca, anche lei sognava di diventare liutaia e intendeva fare il tirocinio a Cremona».

Di Cremona Sayed ha solo ricordi belli. «Gli altri ragazzi, gli insegnanti, la meraviglia di piazza Duomo, il bar dei Portici, piazza Roma ma soprattutto il Po. Ci andavamo in bicicletta e campeggiavamo in una casa lungo le rive per un paio di giorni. Ogni tanto ci concedevamo qualche gita al lago di Garda». Ha studiato alla Scuola di liuteria per tre anni senza però arrivare al diploma. «È stato un periodo molto importante per la mia formazione e la mia carriera, ma ho deciso di lasciare l’Italia nel 2009 e trasferirmi per cinque anni in Germania, dove ho seguito un corso specializzato nella costruzione di strumenti musicali, in un istituto della città di Markneukirchen, e mi sono laureato nel 2013. Poi per sei mesi sono andato in Turchia, a Istanbul, per approfondire la ricerca sulla tradizione musicale orientale».
Quindi, il rientro in patria. «Sono tornato a lavorare per circa due anni al Conservatorio nazionale Edward Said a Beit Sahour, un piccolo paese alle porte di Betlemme, al cui interno ho fondato un laboratorio per la costruzione e la manutenzione di strumenti destinati anche agli allievi, sia israeliani che palestinesi, per me non c’era differenza». Nel 2015, il grande passo, il traguardo di una lunga avventura dall’Asia all’Europa e ritorno. «Ho aperto la mia officina privata a Beit Sahour. Sino ad allora i musicisti palestinesi che volevano acquistare uno strumento si recavano in Egitto o in Siria; adesso, invece, ci sono anch’io. La maggior parte dei miei clienti sono arabi, ma sono tanti anche gli ebrei».

Ripara violini, viole e violoncelli mentre costruisce gli antichi strumenti, tutti a corda, della millenaria storia araba come l’oud, il tipico liuto a manico corto e con tre fori decorati, il più richiesto; il buzuq, a forma di lacrima e con tre coppie di corde; il kanun, una cetra trapezoidale a 78 corde pizzicate tramite due grossi plettri di corno. «È rifiorito l’interesse per le nostre radici musicali, in media la mia produzione mensile è di una decina di pezzi anche perché nell’ultimo periodo è aumentato il numero di musicisti miei connazionali». Uno dei suoi obiettivi è «creare l’oud palestinese, ma questo lavoro richiede molti anni per mettere in mostra la cultura unica della Palestina. È anche necessaria una collaborazione tra musicisti e artigiani per affermare la nostra identità».
Il massacro del 7 ottobre e le bombe su Gaza non hanno spento la sua vocazione. «Non potevano farlo perché sono nato con questo amore nel sangue, l’amore per il legno, la musica e ciò che li unisce. Gaza ha rallentato fortemente la mia attività, la gente pensava solo alla paura, ma adesso sembra che si stia tornando a una difficile normalità». Non nasconde il suo pessimismo: «La guerra, almeno in parte, si è fermata; ma non c’è un accordo tra israeliani e palestinesi e, quindi, credo che la guerra tornerà».

Invece non se ne andrà mai la musica, «un linguaggio universale capace di emozionare, di parlare a tutti, sia che si alzi da un violino o da un oud. La musica, la cultura e le arti sono i ponti più importanti tra i popoli, ponti capaci di dissolvere tutti gli ostacoli e di avanzare verso la pace e una vita migliore. Chi causa problemi sono i politici e i capitalisti in generale, non gli artisti». Il liutaio arabo non è più tornato in quella casetta in riva al Po. «Ma, con questa testimonianza, sento come se la mia anima fosse in questo momento nella vostra città. È cambiata o è rimasta uguale come quando passeggiavo attraverso le sue piazze e contemplavo la bellezza dei suoi angoli meno frequentati? Cara Cremona, ti saluto e ti ringrazio». Dalla terra di Gesù.
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