L'ANALISI
31 Gennaio 2026 - 05:10
CREMA - Padre Jack, l'eremita di Betlemme. Così tutti a Betlemme conoscevano l’eremita nomade, di origine francese. La comunità intera sperava che si stabilisse a Taybeh, solo sentendo le voci su di lui, prima ancora di conoscerlo. Volevano che costruisse un eremo su quel pezzo di terreno che — su iniziativa del parroco — avevano deciso di donargli.
Padre Jacques Frant — per tutti Abuna Jack — è un monaco melchita fondatore del monastero di sant’Ephrem a Taybeh. Giovedì sera, invitato dal gruppo ‘Costruttori di pace’, ha portato a Crema la sua testimonianza sulla realtà palestinese che dal 1985 è diventata casa.
Nato a Parigi da una famiglia ebrea non credente, Abuna Jack è cresciuto circondato da un clima di apertura e tolleranza. «Da bambini non ci importava della religione dei nostri amici», ha raccontato con una voce che conserva ancora la dolcezza di chi ha visto troppa sofferenza per permettersi il lusso dell’odio.
Dopo aver preso parte alle rivolte studentesche parigine del 1968 e a due pellegrinaggi — Cammino di Santiago di Compostela e Fatima —, è arrivata la folgorazione e il cammino verso Gerusalemme. Per tre anni e mezzo vive in una grotta a Betlemme, poi l’arrivo a Taybeh con la costruzione dell’eremo. Senza permessi, sfidando la burocrazia e i tribunali, ha costruito spazi di incontro.
«Taybeh è un villaggio palestinese in Cisgiordania. Sorge a 850 metri sul livello del mare e dista circa quindici chilometri in linea d’aria da Gerusalemme, circa dodici da Ramallah. Dopo il 7 ottobre 2023, le condizioni già fragili del villaggio si sono aggravate, portando povertà ancora più diffusa» tra i poco meno di 1.500 abitanti. «A Taybeh non siamo abituati a reagire alla violenza con la violenza. Ma fino a che punto possiamo reggere? Quando iniziano a lanciare pietre e sparare, non sappiamo cosa fare. Molti giovani progettano la migrazione, non riescono ad avere futuro» ha confessato Padre Jack.
«I bambini mi hanno cambiato la vita. Venivano a trovarmi, attirati a decine, come mosche, dall’eremo. ‘Che cosa trovavano in questo frate?’ continuavo a domandarmi. Facevo il mimo delle parabole, amavano la parabola del figliol prodigo» ha raccontato Padre Jack, nel silenzio curioso della sala di Casa del Pellegrino che ha ospitato l’incontro.
«Quei bambini venivano dai soldati della prima jihad. Per loro quell’uomo con l’abito da frate era un padre, una figura che dava sicurezza e senso di protezione. Pian piano, iniziarono ad arrivare anche gli adulti. In quell’eremo, a circa un chilometro dal villaggio, trovavano un posto tranquillo lontano dai soldati. Offrivo ai miei ospiti del tè e dei biscotti, chiacchieravamo».
Taybeh è un piccolo villaggio ma molto attivo e intriso di senso di comunità e collaborazione. Clinica della carità, ospizio per anziani, adozione a distanza, scuola latina, clinica, cooperativa delle donne: tanti i progetti di solidarietà attivi nella comunità.
Padre Jack nel tempo è diventato un vero e proprio punto di riferimento, indispensabile per la comunità. Un uomo che da solo è riuscito a diventare avamposto di resistenza umana e carità a pochi chilometri da Gerusalemme. Nel 2007 ha fondato un’associazione, Arca della pace, con sede a Udine, per raccogliere, attraverso la vendita dei prodotti locali, i fondi necessari a portare avanti i progetti e accompagnare in missioni di pace chi desidera conoscere il territorio palestinese.
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