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Dazi Usa, Bressanelli: «Effetto ammortizzato, artigianato first»

Il presidente della Libera Associazione Artigiani di Crema: «Impatto del 10%, ma per l’indotto supera il 20%»

Riccardo Maruti

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rmaruti@laprovinciacr.it

23 Gennaio 2026 - 05:10

Dazi Usa, Bressanelli: «Effetto ammortizzato, artigianato first»

Il presidente della Libera Associazione Artigiani di Crema, Marco Bressanelli

CREMA - «Cosa direi al presidente Trump al tavolo dei dazi? Make artigianato great again». Così Marco Bressanelli, presidente della Libera Associazione Artigiani di Crema, prende la teoria MAGA, la smonta, la lucida e la rimonta a uso europeo, anzi padano: meno slogan, più filiere; meno muscoli, più cervello; meno tweet, più manifattura. Il punto di partenza non concede scorciatoie: la stagione dei dazi non è un temporale passeggero, è un cambio di clima. E come ogni cambio di clima mette alla prova soprattutto chi lavora all’aperto, chi non ha tetti finanziari sotto cui ripararsi.

«Quella che prima era una competizione commerciale oggi è diventata una guerra, bellica ed economica — dice Bressanelli —. Trump ha azzerato diplomazia ed etichetta e ha disegnato un’escalation permanente della competizione». Tradotto: l’instabilità è diventata sistema e per le imprese – soprattutto quelle piccole – è il peggior nemico possibile.

Il presidente americano, Donald Trump

Eppure, nel ragionamento del presidente degli artigiani, non c’è spazio per il piagnisteo. Anzi. «I dazi, applicati oggi alle nostre imprese, incidono in media poco più del 10 per cento — spiega — e riusciamo in gran parte a compensare con qualità e innovazione». Il Made in Italy — quello vero, non quello da brochure — tiene. Il mobile, il vino, le produzioni d’eccellenza continuano a viaggiare. «Li esportiamo lo stesso. La stella polare resta innovare e alzare la qualità».

Il vero tallone d’Achille, piuttosto, è un altro. Ed è meno visibile: l’indotto. «Se sei un’attività artigianale legata a una produzione industriale che rallenta o cambia mercato, allora ne risenti eccome — avverte Bressanelli —. In questi casi la perdita può arrivare al 20 per cento.» È lì che i dazi mordono davvero: nelle pieghe delle filiere, nei laboratori che lavorano per conto terzi e nelle aziende che non finiscono sulle etichette, ma senza le quali le etichette non esisterebbero.

Da qui lo sguardo si allarga, diventa geopolitico senza perdere concretezza: «Io abbraccio la linea Draghi», dice il leader della Libera Artigiani senza giri di parole. E la linea Draghi, nella sua lettura, è semplice: l’Europa ha un problema enorme. «È fortissima nei principi e debolissima nella pratica». Si autoimpone regole, spesso sacrosante, ma poi dimentica la realtà. «Il Green deal è validissimo — chiarisce —. Lo dice uno scout: l’uomo che è cieco di fronte alla bellezza della natura ha perso metà della gioia di vivere, diceva Baden Powell. Ma Baden Powell sapeva anche che il fuoco andava acceso, altrimenti si mangiava freddo». Morale: «Non si può morire di fame. La decrescita felice è una stupidaggine

Il nodo successivo è il debito pubblico, lo spauracchio preferito di ogni dibattito europeo. «Bisogna investire per crescere — taglia corto Bressanelli —. Non serve assistenzialismo, serve sviluppo. E per sviluppare bisogna fare debito, senza paura. A una condizione, però: farlo insieme. «Se non cresciamo economicamene, militarmente e anche in termini di coesione sociale, non andiamo da nessuna parte».

La parola chiave è federazione: «Debito comune, visione comune. Superare questo impasse infinito per non restare deboli in un mondo in guerra». Guerra che non è solo commerciale. «La deterrenza militare serve – afferma -, ma deterrenza non vuol dire spirito guerrafondaio». Serve uno scudo, non una clava: «Tecnologie avanzate, sistemi di droni, difesa antiaerea, non carri armati». Lo stesso principio vale per l’economia: «Dobbiamo creare sistemi attraverso un’aggregazione reale. Siamo nati come Cee, Comunità economica europea. Economica!».

Nel frattempo, le imprese fanno quello che hanno sempre fatto: si adattano. Guardano altrove. «Medio Oriente, India, Malaysia e anche Australia», elenca Bressanelli. Mercati complessi, lontani, ma inevitabili. L’America? «Sono convinto che potrà cambiare direzione». Perché alla lunga, avverte, «questa contrapposizione danneggerà gli Stati Uniti e tutti gli altri Paesi». Le sanzioni alla Russia, intanto, hanno già lasciato segni profondi in alcune nicchie d’eccellenza. E ogni scossa geopolitica si traduce in instabilità. «E l’instabilità non aiuta nessuno, soprattutto le imprese piccole, che restano le più esposte».

C’è poi una riflessione che parte dal mondo e atterra a casa nostra. «Dobbiamo creare le condizioni per non far scappare gli imprenditori», insiste. Fiscalità proporzionale, regole chiare, contesto favorevole. «Macron ha detto che l’Europa è il posto più bello dove vivere. Vero. Ma servono anche le condizioni per produrre». E la coesione non è solo un affare di Bruxelles: «Anche nel nostro piccolo dobbiamo essere inclusivi e armoniosi». Tradotto: «Cremonese e Cremasco che si fanno la guerra, anche politicamente, non hanno più senso. È ora di finirla».

Il cerchio si chiude dove si era aperto, con una battuta che è anche una dichiarazione di intenti. In un mondo che alza muri e dazi, Bressanelli rilancia dal basso. Dalle botteghe, dalle officine, dalle imprese che tengono insieme economia e comunità. Artigianato first, per dirla alla... Donald Bressanelli.

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