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Notte di follia e incendio al dormitorio: il 24enne a processo

Furia inconsulta nel 2021 al rifugio San Martino di via Civerchi. Operatore Caritas minacciato: «Era ingestibile»

Francesca Morandi

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fmorandi@laprovinciacr.it

19 Gennaio 2026 - 19:16

Notte di folli a e incendio al dormitorio: il 24enne a processo

Uno scorcio del cortile interno del rifugio San Martino

CREMA - L’antico portone del rifugio dormitorio San Martino della Caritas, in via Civerchi, civico 7, «è ancora nero nella parte sinistra». Lo è da cinque anni, dalla notte del 18 febbraio del 2021, quando Sasha, oggi 24enne, milanese di nascita, residente in un paese del Cremasco, aveva appiccato il fuoco. Quella notte, nella struttura della Caritas in uso anche alla Fondazione Caritas don Angelo Madeo, Sasha aveva scatenato il pandemonio. A tutti i costi voleva entrare nel dormitorio, ma «era ubriaco, fuori di sé», per dirla con l’operatore della Caritas preso a calci e pugni e minacciato dal ragazzo.

Oggi il processo. Difeso dall’avvocato Cesare Grazioli, con il quale l’imputato non si è mai fatto vivo, Sasha è accusato di danneggiamento aggravato per aver distrutto con calci e pugni, rendendole in parte inservibili, una porta blindata, la porta a vetri della mensa, la porta in legno di accesso alle scale che conducono al dormitorio. C’è, poi, l’accusa di danneggiamento seguito da incendio, ovvero per aver appiccato il fuoco, «deteriorandolo irreparabilmente», al portone antico dell’ingresso di via Civerchi «e a seguito di ciò ne discendeva il pericolo di un incendio».

Sasha deve difendersi dall’accusa aggravata di aver minacciato, con un coccio di bottiglia per arma, l’operatore della Caritas. Si tratta di Emilio, 70 anni, sentito oggi al processo. Conosceva Sasha, perché era già stato ospite del dormitorio: 18 posti in tutto. «Tutti lo conoscevamo», dirà Claudio Dagheti, direttore della Caritas diocesana quella notte avvisato. Dagheti lo ha definito «un episodio sopra le righe».

«Quella sera Sasha era entrato in cortile con un compagno — ha spiegato l’operatore della Caritas —. Voleva dormire nel dormitorio, ma non era in sé, era ubriaco. Gli ho detto che in quelle condizioni non poteva entrare. Ma Sasha «continuava, continuava», insisteva per entrare. «Ha cominciato a tirarmi pugni e calci. Io sono riuscito a scappare su dalle scale, ho chiuso la porta dell’ufficio. Nell’ufficio c’è una finestra che dà sul cortile. «Dalla finestra ho visto che Sasha ha spaccato una bottiglia e brandiva verso di me il collo della bottiglia. Certo, mi diceva parolacce.» Le frasi riversate nel capo di imputazione: «Coniglio, non sei un uomo, viene giù che ti apro in due».

«Lui cercava di salire su dalle scale — ha continuato l’operatore della Caritas — Aveva dato un calcio alla porta di sotto, aprendola. Arrivato su, Sasha non era però riuscito a entrare. «Tutti ci siamo messi davanti alla porta: lui tentava di romperla. Non ci è riuscito, era molto agitato. È tornato giù. Se ha danneggiato la porta della mensa? Sì. «Alla fine, lui non si allontanava, prima sono arrivati i miei colleghi, sul nostro gruppo WhatsApp avevo scritto: ’Ho bisogno di aiuto’. Penso di aver chiamato io le forze dell’ordine».

Don Francesco Gipponi, presidente della Fondazione don Angelo Madeo, non conosceva Sasha, «Ho fatto io la denuncia», ma davanti ai carabinieri ha lasciato parlare il direttore della Caritas. «Ho appreso che l’operatore era stato minacciato». Il processo è stato aggiornato al 27 aprile prossimo.

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