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Spray urticante e coltello, agguato davanti a scuola

La vittima è uno studente pestato da un gruppo di dodici ragazzi. Indagano i carabinieri. A pochi giorni dal brutale episodio di La Spezia, è evidente che l'allarme lame in classe non è più uno spauracchio, ma un fatto

Riccardo Maruti

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rmaruti@laprovinciacr.it

20 Gennaio 2026 - 05:05

Spray urticante e coltello, agguato davanti a scuola

CREMA - Un incrocio di sguardi. Un niente che diventa miccia. E poi l’esplosione. Venerdì mattina, ora di ingresso a scuola, davanti all’istituto Sraffa, la pensilina del bus si trasforma in un ring improvvisato, senza regole. Un ragazzo solo contro il branco. «Erano in quindici contro uno», giurano i testimoni. Le immagini che rimbalzano nelle chat degli studenti, senza filtri, sembrano confermarlo: un corpo accerchiato, preso a calci e pugni. E poi quel gesto che alza l’asticella della paura: qualcuno apre lo zaino, estrae una bomboletta di spray al peperoncino e la scarica in faccia alla vittima. Gli occhi che bruciano, il respiro che si spezza. Nel caos, tra spintoni e urla, spunta anche una lama. Un dettaglio che gela il sangue.

Succede tutto in pochi minuti, alle otto in punto. Il 112 squilla: «C’è una rissa davanti allo Sraffa». I carabinieri di Montodine arrivano, trovano ragazzi scossi, voci che tremano nel tentativo di raccontare. Poi un’altra chiamata alla centrale: «Sono uno dei coinvolti». La pattuglia si muove di nuovo, raggiunge un locale poco distante. Il ragazzo è lì, si è rifugiato per sfuggire al pestaggio. È italiano, parla, ricostruisce. E quello che emerge è il copione ormai tristemente noto di una violenza che nasce dal nulla.

Tutto parte il giorno prima, durante la ricreazione. Un amico, una discussione, la solita provocazione: «Cosa guardi?». Parole leggere come carta, ma capaci di ferire. Lui interviene per separare, per calmare. Sembra finita. Invece no. I social fanno il resto, amplificano e avvelenano. «Parliamone domattina, prima di scuola».

Appuntamento fissato. Mentre i ragazzi si avviano verso le lezioni, la voce corre veloce: «Stanno picchiando il tuo amico davanti alla scuola». Lui corre, ma non trova nessuno. In compenso, incontra uno dei ragazzi del giorno prima: «Vieni, ti accompagno». È una trappola. Alla pensilina lo aspettano in una dozzina. Il cerchio si chiude. Calci, pugni e spray al peperoncino. Fino a quel coltello che compare per un istante, abbastanza per lasciare un segno profondo nella paura collettiva.

Il ragazzo riesce a fuggire. I carabinieri lo ascoltano, poi lo accompagnano in ospedale: codice giallo, diversi giorni di prognosi per gli effetti dello spray sparato negli occhi. Le indagini sono in corso: rissa e lesioni. I militari di Montodine, con i colleghi di Crema, stanno ricostruendo ruoli e responsabilità. Nel branco ci sono e maggiorenni e minorenni, anche migranti non accompagnati. I nomi stanno emergendo, il cerchio si stringe.

Ma resta una domanda che pesa più di tutte: cosa ci fanno coltelli e bombolette nelle tasche di ragazzi che dovrebbero pensare a interrogazioni e compiti in classe? L’allarme coltelli a scuola non è più uno spauracchio, ma un fatto. È qui, anche a Crema. E fa ancora più paura perché arriva a pochi giorni dall’episodio di La Spezia, dove un diciannovenne, Youssef Abanoub, è stato ucciso con una coltellata da un coetaneo all’interno di un istituto. Storie diverse, stesso copione: l’arma facile e la violenza come scorciatoia, l’idea distorta che un coltello nello zaino sia una forma di protezione.

Non lo è. È solo benzina sul fuoco. Ogni lama che entra a scuola è una sconfitta per tutti: famiglie, istituzioni e mondo degli adulti. E ogni spray al peperoncino usato come arma segna un confine superato. Perché quando la violenza diventa di gruppo, quando il branco si sente invincibile, basta un attimo perché l’epilogo sia irreversibile. La risposta delle forze dell’ordine è in arrivo. Ma il vero nodo resta aperto: come fermare, prima, quella mano che apre lo zaino e sceglie la strada sbagliata.

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