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L’IRAN NON HA PIÙ PAURA

«Come il fascismo ma in nome di Allah, è la resa dei conti»

Abbasiasbagh: «Oggi il popolo chiede apertamente il cambio di regime»

Riccardo Maruti

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rmaruti@laprovinciacr.it

15 Gennaio 2026 - 05:30

«Come il fascismo ma in nome di Allah, è la resa dei conti»

CREMA - «Cosa significhi vivere sotto un regime simile possono intuirlo solo i nonni che hanno conosciuto il fascismo. Quello degli ayatollah è un fascismo teocratico: basta un nulla per essere cancellati».

Shirin Abbasiasbagh non alza la voce. Non ne ha bisogno. Le sue parole arrivano nette e affilate, come se avessero attraversato quarant’anni di storia iraniana prima di atterrare nel Cremasco, dove il suo racconto prende forma e peso. Nata in Iran nel 1974, in Italia da oltre vent’anni, Abbasiasbagh è manager aziendale, specialista per diverse imprese, una laurea in Chimica conseguita prima in patria e poi anche sul suolo italiano. Ha lavorato a lungo sul territorio cremasco, dove è diventata è membro del Soroptimist Club. Ma soprattutto è una donna che porta addosso una memoria che non concede sconti e che oggi, davanti a ciò che sta accadendo in Iran, parla apertamente di «nuova rivoluzione». E afferma: «Quella che stiamo vivendo non è una protesta come le altre. È qualcosa di diverso. È la consapevolezza, finalmente condivisa, che l’unica strada possibile è tirare giù il regime».

L’innesco, spiega, è stato economico. Un’economia al collasso, un’inflazione che divora stipendi e risparmi. Ma sarebbe un errore fermarsi lì: «Quella economica è stata solo la scintilla. In 47 anni di regime degli ayatollah ci sono state tante rivolte, tutte represse nel sangue. Anche quelle più pacifiche». Il riferimento corre al 2009, alle proteste contro i risultati delle elezioni presidenziali. «Anche allora la risposta fu la violenza. Sempre la stessa storia».

Oggi però qualcosa è cambiato: «La gente ha capito che non basta più chiedere riforme. Negli slogan si grida apertamente: cambio di regime. Non è più solo una questione di pane, ma di dignità, di libertà, di futuro».

Dall’Iran Shirin riceve notizie frammentarie, affidate a canali sottili: «Sono in contatto con pochissime persone che riescono ancora ad avere accesso a Starlink. Il resto è blackout totale».

Eppure, da quei racconti emerge una società che ha smesso di avere paura: «La gente si è incoraggiata a vicenda, si è creata una rete interna. Dai miei familiari, anche attraverso ambienti culturali, so che le persone hanno iniziato a darsi appuntamento nelle piazze. A dirsi: facciamola finita una volta per sempre».

Un’adesione amplissima e trasversale. «Non è una protesta di giovani o di donne soltanto. Ci sono tutte le fasce d’età, uomini e donne, tutte le classi sociali. Compresa la classe media, in tutte le grandi città come in quelle più piccole». La famiglia di Abbasiasbagh è divisa tra Teheran e una regione vicina: «Ovunque il clima è lo stesso».

La risposta del regime, invece, è quella di sempre. Ma portata a un livello ulteriore: «C’è un coraggio incredibile da parte della popolazione, che non vuole smettere. E dall’altra parte una repressione sempre più selvaggia».

Linee telefoniche tagliate, internet oscurato, comunicazioni azzerate. «Questo blackout non è nuovo. Lo hanno già fatto nel 2019, quando in tre giorni massacrarono 1.500 persone».

Lo schema si ripete: «La gente è indifesa. Non può testimoniare, non può condividere in tempo reale quello che accade, mentre il regime costruisce la sua narrazione. Ovviamente falsa. E non c’è una controprova dal basso».

I numeri che filtrano fanno paura: «Le forze di repressione arrivano con i kalashnikov, con mezzi su cui sono montate mitragliatrici. Ho ricevuto filmati: le raffiche di colpi mettono i brividi».

Poi la cifra che fatica persino a pronunciare: «Dodicimila vittime? È un numero realistico. Il mio desiderio più grande era che quella notizia fosse falsa. Purtroppo è vera. Forse il numero è persino peggiore». Una frase che pesa come una sentenza: «Siamo davanti a uno Stato che sta ammazzando il suo popolo».

Di fronte a tutto questo, Shirin non risparmia critiche: «Ai media chiedo una cosa semplice: informazione. Senza filtri ideologici. È in corso un massacro di cui l’umanità si vergognerà nel prossimo futuro».

La politicizzazione, dice, rischia di coprire l’essenziale: «Vedo troppo coinvolgimento di schieramenti. Qui non c’è destra o sinistra. C’è un popolo che viene ucciso».

E i governi? «Le sanzioni non bastano. Non sono efficaci. La gente sta morendo adesso». Servono, insiste, «azioni ferme e determinate per fermare la macchina del massacro».

Cita con apprezzamento le parole del ministro degli Esteri Antonio Tajani: «Chiedo che le ripeta, che chieda conto al regime e che pretenda lo stop immediato della repressione». Ricorda l’atto estremo del primo ministro australiano, l’espulsione dell’ambasciatore iraniano: «Anche l’Europa deve fare così. Chiedere conto agli ambasciatori. Pretendere un contatto diretto con gli ayatollah».

Nel frattempo, la diaspora prova a fare la sua parte. «Agli attivisti iraniani in Italia e in Europa chiedo una cosa: dare voce agli iraniani, senza colori politici».

Shirin scrive, chiama, sollecita. «Mando email alla presidente Giorgia Meloni, mi rivolgo ai ministri di un colore e dell’altro, da Salvini alla Boldrini. Chiediamo azioni diplomatiche ufficiali e pressing continuo. A tutti i livelli, anche verso la Casa Bianca e l’Onu».

Lo sguardo, inevitabilmente, va oltre l’emergenza. Al dopo. «Io non voglio vedere un Iran con questo regime al potere». Ma sa che la strada sarà complessa: «Nell’immediato non sarà facile. Ci sarà una fase di transizione delicatissima».

Una fase che, avverte, dovrà essere gestita «senza ideologie», aprendo «un ombrello che includa tutte le idee, anche quelle che non ci piacciono». È, dice, «l’esercizio vero della democrazia», per un popolo cresciuto «sotto un governo unico che imponeva un’unica idea».

Nel suo Iran di domani, «tutti dovranno poter esprimere la propria volontà. Repubblica? Di destra o di sinistra? Repubblica religiosa? Monarchia? Non importa. L’importante è che tutti abbiano pari diritto di scelta». Il traguardo è chiaro: «Arrivare alla prima elezione libera».

A rendere tutto questo più urgente, più intimo, c’è la sua storia personale. «Mio padre era generale nell’esercito dello scià. Noi la rivoluzione l’abbiamo vissuta sulla pelle».

Le immagini riaffiorano, nitide. «C’era sempre una minaccia imminente. Abbiamo visto i pari grado di mio padre fucilati. Le irruzioni nelle case, nel 1979. Vivevamo nella paura».

Shirin aveva cinque anni. «Un giorno mio padre tornò a casa insanguinato, la macchina distrutta. La pallottola che lo colpì non centrò punti vitali per miracolo».

Scene che non si cancellano: «Mio padre dormiva con il fucile sotto il cuscino. Sono frammenti incastonati nella memoria».

Forse è anche per questo che oggi le sue parole non concedono attenuanti: «So cosa significa un regime che decide della tua vita. E so che, quando un popolo arriva a questo punto, non si torna indietro».

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