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L'ARTIGIANO CREMASCO

Cella, il ‘venezuelano’: «L’ideologia tradita»

Incontrò Chávez e Maduro: ora racconta petrolio, nazionalizzazioni e il futuro dopo il blitz Usa

Riccardo Maruti

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rmaruti@laprovinciacr.it

13 Gennaio 2026 - 05:05

Cella, il ‘venezuelano’: «L’ideologia tradita»

L’imprenditore di Cremosano Antonio Cella e la reazione della popolazione di Doral, in Florida, alla notizia della cattura del presidente venezuelano Nicolas Maduro

CREMOSANO - Mentre il Venezuela è al centro dello scontro geopolitico, con il blitz statunitense che ha riacceso tensioni mai sopite, Antonio Cella guarda al Paese sudamericano con gli occhi di chi là ha lavorato, rischiato e creduto. «Gli americani fanno i loro interessi, com’è sempre stato. Ma se il Venezuela è ridotto così non è per colpa loro: è perché chi ha governato ha pensato prima a sé stesso che al popolo», dice con tono fermo l’artigiano cremasco. Una frase che pesa come un bilancio e che introduce una storia vissuta sul campo. Tra ideologia tradita, petrolio conteso e potenze che tornano a muoversi, l’esperienza di Cella è una chiave preziosa per capire come il sogno bolivariano si sia trasformato, passo dopo passo, in un’occasione perduta

Ottantuno anni, artigiano di razza e patron della Cella Fratelli snc, l’imprenditore parte da Cremosano — «non Crema, Cremosano per l’esattezza» — e arriva fino al cuore del potere bolivariano, incrociando sia Hugo Chávez che Nicolás Maduro. Un’avventura autentica, raccontata anche nel libro dal titolo dialettale e programmatico ‘A cüntale sö töte, le par mia ’ira’, che affonda le radici nel 1963, quando un’ala dell’oratorio diventa officina meccanica. Da lì, il mondo: Romania, Medio Oriente, fino – appunto – al Venezuela. Sempre con la stessa cifra: impiantistica industriale per il settore petrolchimico. E una fedeltà mai tradita alla Libera Associazione Artigiani.

Nicolás Maduro

L’esperienza venezuelana inizia nel 2001. «Un’azienda locale cercava qualcuno che portasse avanti un lavoro delicato. Amici che vivevano laggiù mi dissero: Cella, puoi provarci. Eravamo qualificati, avevamo tutte le carte in regola». Nasce così l’esperienza della Pema Oil Service, con un ruolo chiave: sicurezza, analisi del greggio e costruzione dei separatori che convogliavano «il fiore del petrolio», spiega Cella.

Il faccia a faccia con Hugo Chávez arriva nel 2002, quasi per caso, ma non troppo. «Un mio ex dipendente, che faceva il venditore, aveva uno zio colonnello della Milizia nazionale bolivariana. Io avevo con me un libro della Libera Associazione Artigiani di Crema, spiegava come si costruisce un’azienda artigianale, passo dopo passo. Volevo che Chávez lo leggesse». Il volume passa di mano in mano e arriva al presidente. «In quel momento Chávez, subito dopo il colpo di Stato, prometteva che i venezuelani sarebbero tornati padroni del loro petrolio. Ma già allora molti, soprattutto i giovani, nutrivano dubbi».

Dubbi che diventano realtà quando il potere si concentra e la PDVSA, la compagnia petrolifera di Stato, finisce saldamente sotto il controllo dei militari fedeli a Chávez. «La nazionalizzazione ha cambiato tutto. Noi avevamo contratti in dollari, fortissimi. Il bolívar invece si svalutava. E poi sono arrivati loro: gli alti ufficiali. Pretendevano mazzette». Cella non gira intorno alle parole: «Sì, ci taglieggiavano. Il mio socio si è trovato a gestire una situazione sempre più complicata. A un certo punto ho capito che era finita».

L'ex presidente del Venezuela Hugo Chavez

In quegli anni Cella incrocia anche Nicolás Maduro, allora figura di secondo piano ma già presente nei gangli del potere petrolifero. «L’ho visto accanto a Chávez — ricorda Cella —. Con lui non ha avuto nessun vero dialogo, ma era chiaro che la linea fosse la stessa». Nel 2007 l’impresa si chiude bruscamente: «Giravano voci brutte. Ho rinunciato a tutto quando la situazione politica e sociale è diventata troppo pericolosa».

Oggi, davanti al Venezuela piegato dalla crisi e isolato sul piano internazionale, Cella non ha ripensamenti: «Chávez e Maduro sono la stessa cosa. Hanno arraffato soldi, hanno fatto i loro interessi. La nazionalizzazione non è stata per il popolo, ma per i potenti». Da «americano nell’animo», come si definisce, aggiunge: «Ci chiamavano i petrolieri, noi occidentali. Senza gli americani, i macchinari per la trivellazione non sarebbero mai arrivati. Hanno investito e se ne sono anche approfittati. Ma chi governava non ha fatto il bene dei venezuelani».

Nemmeno le comunità indigene, racconta, erano convinte: «Ho conosciuto capi indios. Non credevano a quella rivoluzione». Eppure, nonostante tutto, resta l’amore per un Paese che lo aveva accolto. «Il Venezuela mi ha dato tanto. Ho avuto conoscenze vere, rapporti forti. Qualcuno mi dice ancora: ti aspettiamo a braccia aperte. Tornare? Mi piacerebbe. Ma oggi è un Paese sospeso, senza una direzione chiara».

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