L'ANALISI
11 Gennaio 2026 - 05:05
In quel tempo, Gesù dalla Galilea venne al Giordano da Giovanni, per farsi battezzare da lui.
Giovanni però voleva impedirglielo, dicendo: «Sono io che ho bisogno di essere battezzato da te, e tu vieni da me?». Ma Gesù gli rispose: «Lascia fare per ora, perché conviene che adempiamo ogni giustizia». Allora egli lo lasciò fare.
Appena battezzato, Gesù uscì dall’acqua: ed ecco, si aprirono per lui i cieli ed egli vide lo Spirito di Dio discendere come una colomba e venire sopra di lui. Ed ecco una voce dal cielo che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento».
(Mt 3,13-17)
Lui riemerge anche per me
Siamo abituati a spendere la parola “epifania” solo per la solennità del 6 gennaio. Ci mette del suo anche il proverbio: “l’Epifania che tutte le feste si porta via…”. In realtà il dinamismo della rivelazione di Gesù come figlio attraversa tutti i Vangeli. Ce lo ricorderebbe Marco che addirittura “svela” la pienezza del mistero del figlio “solo” sotto la croce, dentro l’obbrobrio della morte e per bocca di un militare romano. Ce lo suggerisce anche il calendario liturgico che oggi ci propone di soffermarci sulle rive del Giordano per rivivere il battesimo del Signore: una ulteriore festa epifanica, poiché da quelle acque l’evangelista ricava un’occasione preziosissima per aggiungere tasselli importanti sull’identità di Gesù. La scena è davvero potente e decisamente in contrasto con il paesaggio brullo e discreto del fiume in questione: si aprono i cieli, si sente una voce, si percepisce in forma di colomba la discesa dello Spirito. Si tratta di ricostruzioni letterarie che forse creano nella sensibilità moderna qualche riserva, come sempre accade quando ci vengono ricordati fatti straordinari, eventi sconvolgenti, eccezioni al senso comune.
Ma qual è il suo mistero?
Alla radice del racconto troviamo una esigenza di attestazione: occorre definire chi è Gesù, quale autorevolezza porta con sé, quale peso possono avere le sue parole e, soprattutto, chi lo ha incaricato di profetare. Giovanni Battista, che ci immaginiamo personaggio noto e discusso dell’epoca, ci mette la faccia e predispone, accoglie, mentre è la parola di Dio a compiere il resto e svelare il mistero di quel giovane uomo. Un po’ come accade in ciascuno di noi, più o meno credenti: qualcuno ci ha indicato gli estremi di una tradizione, magari ce l’ha anche attestata con passione e cuore sincero, ma poi l’adesione, l’immersione… spetta a ciascuno di noi, nel radicale mistero di libertà, ricerca e affidamento che giusto la settimana scorsa abbiamo intravisto anche nei Magi. È in noi che si può e deve compiere un riconoscimento genuino, affettivo, non forzato, non dedotto da insegnamenti astratti: perché l’essere figlio di Dio di Gesù non è una dottrina asettica, ma un modo molto concreto di ingaggiare la vita, i suoi valori e il suo senso. E, a maggior ragione, appropriarsi a sé il battesimo, non solo essere stati battezzati da bambini, ma respirare il senso di una appartenenza, di un legame vitale è scelta di prima grandezza, possibile solo ad un cuore libero. Forse è per questo che molti non si riconoscono più nel perimetro della fede ecclesiale: forse perché sono stanchi di ripetizioni rituali, forse perché manca loro un’esperienza anche affettiva, così lontana dalla oggettiva dottrina catechistica da apparire sterile, se non controproducente. Occorre andare oltre e scoprire nella carne quotidiana il senso, la direzione. Possiamo restare affascinati da qualche evento straordinario, anche da qualche miracolo… ma è il quotidiano a mettere alla prova il passaggio dall’innamoramento all’amore, dall’intuizione alla vita.
Dal suo battesimo al nostro
Al Giordano si attesta che qualcuno ha parlato ai presenti e che, addirittura, come in forma corporea, è stato visto scendere lo Spirito su Gesù. Da quel brano possiamo “solo” ricavare questa ulteriore epifania per noi, questa rivelazione gratuita, da mettere alla prova tutti i giorni: quali parole sento io? Quale Spirito vedo, percepisco scendere su Gesù e, da lui, arrivare a me? Anche in questo caso l’epifania di Gesù diviene una domanda per me, una provocazione alla mia esistenza credente, a cui non può bastare il senso comune del “si dice”. No! Io che cosa dico del Figlio? È rilevante per me? Oppure la mia religione è un guscio vuoto, fatto di architetture incompiute e prive di senso? Se Gesù riemerge dalle acque del Giordano è per solidarizzare con l’umanità, come già attestato al presepe e come ratificato dalla ricerca dei saggi d’Oriente. E così facendo lui riemerge anche per me, per rilanciare su di me un coinvolgimento vitale. L’ordine di ascoltarlo e la dichiarazione che lui è il figlio amato non sono dottrine teoriche; sono altrettante forme di vita e forme della fede che coinvolgono scelte precise e incrociano il suo mistero con il mio.
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