L'ANALISI
06 Gennaio 2026 - 14:37
CREMONA - Beppe Riboli, designer e creativo cremasco, nella sua carriera professionale ha progettato più di 200 discoteche in Italia e nel resto del mondo: tra queste il Fura a Desenzano, il Billionaire ad Istanbul, il Taotec a Firenze, il Tipic a Formentera, il Q.i clubbing a Rovato, il Lili la Tigresse a Milano.
Per sei anni è stato eletto miglior progettista della notte in Italia.
Come tutti è rimasto sconvolto dalla tragedia a Crans-Montana, ma la sua analisi non è dettata solo dall’aspetto emozionale della tragedia. Si basa su valutazioni di carattere tecnico. «Ho sentito troppi parlare genericamente di una discoteca – esordisce –: va fatta chiarezza. Il locale che ha preso fuoco è un bar ristorante. Se fosse stata una discoteca, per di più al piano interrato, avrebbe avuto due vie di fuga contrapposte, con scale larghe un metro e venti centimetri, uscite di emergenza, porte Rei con maniglioni antipanico, controsoffitti ignifughi, vernici tumescenti Rei 120 sul legno, ed una capienza massima consentita di 70 persone ogni 100 metri quadrati di locale».
È evidente a tutti, anche ai profani, che il sotterraneo del lounge bar non aveva quelle caratteristiche e il fatto che fosse stracolmo per la notte di Capodanno non ha certo migliorato le cose, come drammaticamente dimostrato dalle cifre spaventose della strage.
«Progettare discoteche è complesso. Molte sono le regole da rispettare: l’uso dei materiali, delle tecnologie, le vie di fuga, gli spazi anche esterni da riservare ai flussi perché le persone si possano muovere velocemente e in sicurezza. Non per nulla simili strutture vanno inserite anche in un contesto urbanistico, realizzandole in maniera compatibile con la zona che le ospita. Non ultimo, serve l’impianto antincendio o gli estintori che qui, se utilizzati, sarebbero stati preziosi».
Anche l’uso di materiali non conformi ha contribuito al disastro; addirittura potrebbe essere stato decisivo. «Siamo sempre al primo punto — prosegue Riboli —, se un locale è un semplice bar, non ha certi obblighi, ma se si decide di trasformarlo in discoteca vanno utilizzati accorgimenti di legge. La scelta di materiali non conformi, ad esempio isolanti sonori non ignifughi per il controsoffitto, potrebbe essere stata la principale causa dell’accaduto.
Non sono così certo che le fiamme a ‘Le Costellation’ siano partite per via delle candele accese posizionate sulle bottiglie di champagne. Altrimenti chissà quante altre volte sarebbe già successo. Non era certo la prima festa che si faceva lì dentro. Propendo invece per l’uso improprio di candele tradizionali o di altre tipologie di fuochi, come petardi. Ma questo certo lo potrà stabilire con certezza solo l’inchiesta in corso».
Per Riboli, in Italia le normative sulla sicurezza dei locali da ballo sono assolutamente sufficienti a garantire l’incolumità degli avventori. Ovviamente a patto che vengano rispettate, e di conseguenza i controlli siano rigorosi.
«Dopo la tragedia del Cinema Statuto del 1983, avvenuta a Torino, dove morirono ben 64 persone, l’Italia ha adottato delle normative rigidissime – conclude il progettista cremasco –: nelle discoteche tutte le tecnologie, tutti i materiali sono omologati e certificati, a prova di incendio. Divani, tende e tessuti ignifughi, controsoffitti tutti ignifughi, in classe uno o zero. In una discoteca italiana, nella stessa situazione, non sarebbe accaduto nulla.
Il problema, ma non è questo il momento delle polemiche, è fare ‘clubbing’ in spazi che non sono a norma, come bar o ristoranti, come in questo caso, che non possono garantire sicurezza. Il concetto è: dove non arrivano le normative, dovrebbe arrivare il buon senso. Vuoi far ballare nel tuo bar? Almeno attrezzati perché non prenda fuoco. Non succederà mai, ma se succede le conseguenze saranno devastanti per tutti, anche per il gestore”.
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