L'ANALISI
05 Gennaio 2026 - 05:25
CREMONA - Ha celebrato delle nozze d’argento speciali, luminose, quelle con la Scala di Milano. «Sì, quello appena finito è stato il mio 25° anno nel Coro scaligero. Scaligeri si diventa ma non si smette mai di esserlo, sento sempre più forte questo senso di appartenenza, che è proprio di tutte le maestranze del Teatro, alla Scala, alla sua storia e all’arte che viene prodotta lì». Ma il matrimonio di Marzia Castellini, mezzosoprano cremonese, con la musica è cominciato sin da piccola, così piccola che non può ricordarsene.
«Mi raccontavano che quando mio nonno Bruno, un cameriere con una bellissima voce, mi prendeva in braccio, afferravo il suo pollice e gli cantavo dentro, come fosse un microfono». Il primo segno della sua vocazione confermato da un altro a sei anni. «Mio padre, appassionatissimo di musica classica, mi diceva che se in tv c’era un’orchestra, mi bloccavo davanti allo schermo e non mi spostavo più». Bisogna essere baciati da un grande talento e aver fatto numerosi sacrifici per arrivare dove è arrivata lei, ma ripercorre la sua brillante carriera con leggerezza, quasi non fosse merito suo. «Nella mia vita ho avuto molti traghetti, come li chiamo io, persone che mi hanno portato in posti diventati poi fondamentali».

La prima di quelle persone, o di quei traghetti, è stata Sonia, sua compagna di giochi. «Faceva parte del Coro polifonico della Cattedrale diretto da don Dante Caifa, anche lui ha avuto un ruolo chiave. Un giorno Sonia mi ha proposto: perché non vieni anche tu? Ci sono andata, non per mia volontà. Avevo otto anni». A dieci Marzia abbandona le voci bianche del Duomo per dedicarsi allo studio del violino. Poco dopo, Giuliana Chiti, braccio destro di monsignor Caifa e volontaria infaticabile, per tutti ‘la Giuliana’, le propone di tornare nel Coro polifonico di Cremona.
«Ho rifiutato ma lei ha insistito e così una sera mi sono presentata: la cosa mi è piaciuta anche se mi immaginavo come musicista, violinista e non come cantante. Devo tanto a don Dante, ha sempre creduto, visto qualcosa in me. Anche un’altra componente del Coro, Ilaria Geroldi, ha messo un semino ripetendomi: ‘devi concentrarti sul canto’. Allora Verdi non mi entusiasmava, ma avrei cambiato idea. Ho iniziato a cantare non per passione ma ho vissuto il canto come un bel divertimento, non è stato necessario versare lacrime e sangue, mi riusciva bene».

Così bene che quattordicenne debutta in Cattedrale come solista: una particina nel Magnificat di Monteverdi. La sua strada è segnata: si iscrive al Conservatorio di Piacenza dove conseguirà il diploma in violino, seguito da quello in canto. «Provengo da una famiglia modesta: i miei erano commercianti, avevano un negozio, il Talmona, di articoli da regalo, dolci e torroni, in via Solferino, poi trasferitosi in largo Boccaccino. Per mantenermi gli studi mi esibivo ai matrimoni, tiravo su le paghette in questo modo».
Tra una lezione e l’altra in Conservatorio, il suo sguardo cade su uno dei tanti depliant affissi in bacheca. «In quel foglio si parlava del concorso per il teatro di Saludecio, un paesino sperduto dell’Emilia Romagna. Partecipo, lo vinco e trovo - altra coincidenza - una musicista, primo oboe dell’Orchestra nazionale di Caracas, che mi butta lì: perché non tenti il concorso alla Scala? Figurarsi...». Ma alla fine ci prova: «Si sono fatti avanti una novantina di candidati, sono arrivata in finale con altri sei. Avevo 23 anni, quello è stato il salto. Mi sono detta: allora ci posso davvero credere».

Segue il periodo al Teatro Regio di Torino, sotto la guida del maestro Bruno Casoni («Ha fatto tanto per me»), caratterizzato dalla sua prima opera, la Turandot. Alla Scala, grazie a un altro concorso, è entrata nel 2000 diventando uno dei 105 elementi del suo storico Coro, simbolo, in Italia e nel mondo, di eccellenza artistica. «Ho lasciato un posto fisso per un contratto di 11 mesi come aggiunta a Milano. Il palcoscenico era ancora quello vecchio su cui si erano esibite Maria Callas e Renata Tebaldi. Quell’anno c’era la tournée in Giappone con Riccardo Muti».
Sarebbe stata la prima delle innumerevoli missioni all’estero della mezzosoprano, assunta in pianta stabile nel 2003. «Uno dei concerti in terra straniera che non potrò mai dimenticare è quello, gratuito e di fronte a duecentomila spettatori, a Tel Aviv: il Requiem di Verdi. Abbiamo iniziato in ritardo perché il direttore d’orchestra, Daniel Baremboim, uno dei pochissimi con il doppio passaporto israelo-palestinese, era stato minacciato di morte. Mentre dirigeva si guardava alle spalle, la polizia ha bloccato l’attentatore. Un episodio che fa riflettere: come può un essere umano arrivare a questo livello di bassezza davanti al sublime?».

Vari i direttori famosi nell’album dell’artista cremonese. «Con Riccardo Chailly sono stata solista in Madame Butterfly nel ruolo della madre di Cio-Cio-San, la protagonista. Un altro nome straordinario è Zubin Mehta perché non ha bisogno di parlare. Ce ne sono altri che non smettono mai di parlare ma non hanno nulla da dire. È immenso anche Myung-Whun Chung, che sarà il nostro nuovo direttore musicale. Ho lavorato con tanti altri grandissimi della lirica fra i quali mi piace citare Placido Domingo, Anna Netrebko, Luca Salsi, Jonas Kaufmann».
La sua ultima ‘prima’, che ha inaugurato la stagione 2025-2026, è stata Lady Macbeth del distretto di Mcensk, di Sostakovic. «Un’opera estremamente moderna, godibile, violenta, che parla anche di politica. Un capolavoro molto difficile, soprattutto per l’orchestra ma anche per noi del coro. È stato molto bello preparare la rappresentazione dal punto di vista teatrale. Il regista non mi ha detto di fare una cosa particolare, ho scelto invece io come costruire il carattere del mio personaggio: un altro aspetto affascinante del mio mestiere».
Quel mestiere è la musica. «Per me significa respiro, vita. Lavora sull’anima, è un modo di essere, una magia, è matematica emotiva». Si è iscritta nuovamente al Conservatorio, il Verdi di Milano, per seguire il corso di composizione. Abita nella Bergamasca ma torna spesso a Cremona. «Ho parenti, amici. Appena posso, vado sotto il Torrazzo, il Matitone, che mi ricorda la mia infanzia». I tempi dell’amichetta Sonia, il primo dei tanti traghetti che l’hanno portata nel posto giusto; gli anni da voce bianca della Cattedrale, gli inizi delle sue nozze con la bellezza.
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