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LA CAMPAGNA VACCINALE

Terza dose: perché il test sierologico non è indicato

Pioggia di richieste sui medici di base. Balotta: "L’esito non conta a livello decisionale"

Elisa Calamari

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20 Settembre 2021 - 18:00

Terza dose: perché il test sierologico non è indicato

CREMONA - Anche se alcune Regioni stanno ancora definendo le linee guida per stabilire chi saranno i primi beneficiari delle terze dosi e le conseguenti tempistiche, le indicazioni generali non mancano: «Le ha fornite il Comitato tecnico scientifico, il quale ha stabilito di partire con gli immunocompromessi di cui fanno parte coloro che sono affetti da dieci tipi di patologie – spiega l’infettivologa cremonese Claudia Balotta –. Poi dall’11 ottobre toccherà agli ospiti delle Rsa, quindi agli over 80 e agli operatori sanitari. Si conta di vaccinare almeno 10 milioni di persone entro la fine del 2021».


TEST SIEROLOGICI "NON INDICATI"

Uno dei punti più discussi è quello che riguarda i test sierologici: ad oggi non sono previsti come strumento utile per stabilire se è necessaria o meno la terza dose. «Purtroppo no e in qualche caso può essere ritenuto un limite. Soprattutto quando si sospetta una risposta anticorpale non adeguata – continua la dottoressa Balotta –. In questo senso i medici di famiglia stanno ricevendo parecchie richieste. È vero che il paziente può decidere autonomamente, a titolo se non altro informativo, di sottoporsi a prelievo per la ricerca degli anticorpi. Ma deve sapere che l’esito non conta a livello decisionale». Ad oggi, dunque, se una persona scopre di non avere più anticorpi nonostante il vaccino, non può autonomamente chiedere di accedere alla terza dose. E Balotta sottolinea che nella stessa situazione ci sono tutti i Paesi del mondo: «Fare test sierologici a tappeto sarebbe prezioso, almeno per capire meglio la durata degli anticorpi, ma per il momento nessuno Stato li consiglia. Sappiamo che possiamo contare anche sulla risposta delle cellule T, però non sappiamo in che misura. Una delle motivazioni alla base dello scetticismo verso i test sierologici sta nel fatto che ne esistono di diverso tipo e di conseguenza sono difficilmente comparabili gli uni agli altri: questo potrebbe ingenerare ulteriore confusione ed è per questo che non vengono considerati come parametro».


MANCA UN "CORRELATO DI PROTEZIONE"

Non ci sono certezze assolute neppure sul numero minimo di anticorpi necessari per sentirsi al sicuro dal Covid: in gergo scientifico, manca un ‘correlato di protezione’, ovvero un livello di anticorpi misurato secondo standard internazionali che assicuri protezione dallo sviluppo dei sintomi. Balotta, però, continua a ritenere tale test uno strumento potenzialmente utile per determinate categorie di persone. Almeno a livello di conoscenza personale e di conseguente presa di coscienza del rischio infezione: «Soprattutto per quanto riguarda i più fragili o coloro che a causa di altre patologie temono di non avere sviluppato una risposta adeguata al vaccino – spiega –. Sappiamo che, infatti, queste sono le categorie che stanno già chiedendo la prescrizione del test ai loro medici di base. L’esito non avrà implicazioni ma può, ad esempio, servire per avere consapevolezza del fatto che le attenzioni devono essere maggiori. Tutti dobbiamo stare attenti, a maggior ragione chi non ha più anticorpi».


LA DURATA DEL VACCINO

La durata dell’immunità nei vaccinati (così come quella dei guariti) è al centro di numerosi studi, ma fino ad ora le risposte sono rimaste non univoche: stando alle prime ricerche svolte in California, in Israele e in Gran Bretagna si parla di uno ‘scudo’ che può essere compreso fra i 9 e 12 mesi. Ma ci sono evidenze scientifiche di persone per le quali la protezione è stata limitata ad un massimo di sei. «Mancano ancora i dati scientifici di popolazione, fatti su numeri elevati che ci indichino la mediana della risposta individuale – dice la professoressa Balotta –. Ci stiamo lavorando e sono in parte già pronti, e di prossima pubblicazione, alcuni studi che riguardano nello specifico i degenti delle Rsa. Abbiamo scoperto, ad esempio, che certi anziani hanno una risposta più dilazionata nel tempo, con anticorpi che si formano dopo. È confermato che non tutti rispondono nello stesso modo. Per quanto riguarda i trapiantati di organo solido, invece, si sa che rispondono abbastanza bene e meglio alla terza dose. Ecco perché sono fra le prime categorie scelte».

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