il network

Giovedì 03 Dicembre 2020

Altre notizie da questa sezione


IL PUNTO DEL DIRETTORE

Il monito del prefetto e i detective fuori strada

Il monito del prefetto e i detective fuori strada

Il direttore Marco Bencivenga

Non è bello dedicare un editoriale a se stessi, ma è impossibile non rispondere alle polemiche suscitate (soprattutto sui social) dalla nostra prima pagina di mercoledì, quella che evidenziava il perentorio ultimatum del prefetto («C’è ancora troppa gente in giro: così rischiamo di passare da zona rossa a zona nera»), con il corredo di due fotografie: l’immagine di un gruppo di persone assembrate (seppur indossando regolarmente la mascherina) e il profilo scontornato di un poliziotto armato. Iniziamo dal fondo: il mitra imbracciato dall’agente, che qualcuno ha voluto considerare un minaccioso messaggio subliminale, era semplicemente l’arma in dotazione alla polizia in occasione di ogni posto di blocco stradale. Aver pubblicato quella fotografia non significa in alcun modo che il prefetto Vito Danilo Gagliardi abbia ordinato alle forze dell’ordine di sparare a vista a chi non rispetta le regole, né che La Provincia auspichi l’uso delle armi da fuoco contro negazionisti e irresponsabili. Al contrario, il senso del messaggio - in linea con le dichiarazioni del prefetto - era: diamoci tutti una regolata, accettiamo qualche rinuncia oggi per non dover costringere Governo, Regioni e sindaci ad adottare domani misure ancora più drastiche e a schierare l’esercito nelle strade, come purtroppo è già avvenuto la scorsa primavera, non in Sudamerica, dov’è spesso abitudine, ma a due passi da qui, a Codogno, nella prima, vera Zona Rossa d’Italia. 

Quell’immagine «militaresca» non era una minaccia, semmai un monito, che l’enciclopedia Treccani definisce puntualmente per quello che è («un richiamo al dovere e alle proprie responsabilità») e i più comuni dizionari spiegano con parole ancor più semplici essere un «avvertimento di serietà e importanza inequivocabile». Esattamente il teorema che si voleva dimostrare. Se l’uso dell’immagine di un poliziotto armato non nascondeva alcun secondo fine, addirittura surreale è il dibattito suscitato dalla scelta di pubblicare la fotografia delle persone assembrate: secondo numerosi improvvisati Sherlock Holmes, quell’immagine si riferiva all’ultima edizione delle Invasioni Botaniche, la manifestazione floreale che si è svolta lo scorso settembre a Cremona, in realtà nel pieno rispetto delle restrizioni anti-Covid. I piccoli detective da tastiera nell’occasione hanno preso lucciole per lanterne: imboccata una pista sbagliata (probabilmente sono stati ingannati da alcuni mazzi di fiori che si intravvedevano sullo sfondo) sono inevitabilmente finiti fuori strada. Quello scatto era semplicemente una foto d’archivio, l’immagine di un mercato rionale genericamente classificata «persone con la mascherina», ed è stata pubblicata per il suo significato evocativo, non come testimonianza o denuncia di un fatto specifico avvenuto in città dopo che l’intera Lombardia è stata dichiarata Zona Rossa. La stessa cosa succede ogni giorno, quando utilizziamo le fotografie di un medico con la mascherina, un’infermiera bardata con i dispositivi di protezione individuale necessari a proteggerla dal contagio o di una ricercatrice al microscopio, foto scelte per illustrare articoli e servizi sull’andamento della pandemia, la situazione nei reparti di terapia intensiva o lo sviluppo della ricerca sul vaccino. Oppure, quando pubblichiamo l’immagine di una serranda abbassata per denunciare le difficoltà in cui si trovano moltissimi commercianti a causa delle limitazioni all’attività imposte dall’ultimo Dpcm. Funziona così. Sempre e in ogni giornale. Per esprimere un determinato concetto, si usano immagini simboliche, più efficaci di tante parole. Come la celebre fotografia di Elena Pagliarini, l’infermiera dell’ospedale Maggiore ritratta dalla dottoressa Francesca Mangiatordi mentre era riversa sulla tastiera di un computer, stremata e senza più forze dopo aver profuso ogni energia nella cura dei pazienti Covid. Quella foto, più di ogni altra, è diventata il simbolo dell’impegno di tutti i medici e gli infermieri impegnati sul fronte della pandemia. Ha fatto il giro del mondo ed è stata interpretata da tutti allo stesso modo: non una resa, ma un atto di eroismo. Le immagini che abbiamo scelto per rafforzare il messaggio del prefetto avevamo lo stesso scopo. Qualcuno, invece, le ha volute interpretare in altro modo, ci ha accusati di «spaventare la gente, terrorizzare le persone», se non addirittura «fare terrorismo mediatico»: qualche autoproclamato maestro di buon giornalismo ci ha ingiustamente accusati sui social e perfino in qualche riunione ufficiale, salvo essere messo di fronte all’evidenza dei dati ufficiali della pandemia e tornarsene a casa con la coda fra le gambe. «Purtroppo, qualcuno non legge gli articoli, ma guarda solo le fotografie o la prima pagina del giornale al bar», ha commentato qualche esperto della materia per giustificare le posizioni più stonate. Passi. Nessuno può essere obbligato a leggere ogni giorno i quotidiani dalla prima all’ultima riga. Informarsi prima di sputare sentenze, però, sì, sarebbe buona regola. Solo negli ultimi giorni, per esempio, La Provincia ha dedicato decine di articoli alle ragioni di commercianti, ristoratori, titolari di bar e pubblici esercizi, estetiste, taxisti, operatori della spettacolo e ogni altra categoria di imprenditori e lavoratori penalizzati dalla pandemia: lo ha fatto intervistandoli, garantendo spazio alle loro storie e alle loro opinioni, dando visibilità alle loro manifestazioni di protesta (anche in prima pagina), ma anche denunciando in prima persona i limiti e le contraddizioni dei decreti via via varati dal Governo. Perché questo fa e deve fare un giornale. Accusarlo di alimentare un clima di paura non solo è ingiusto, ma è profondamente sbagliato e totalmente privo di fondamento, almeno nel nostro caso, per quanto la prima pagina di mercoledì fosse oggettivamente forte. Oltretutto, non si capisce che vantaggio dovrebbe mai avere La Provincia a terrorizzare i suoi lettori. Ci pensino, i detective da tastiera: ogni delitto presuppone un movente. Ma se il movente non c’è, le accuse finiscono per avere piedi d’argilla. E per sciogliersi come neve al sole. Piuttosto che sprecare energie in sterili polemiche, preoccupiamoci tutti di come il Coronavirus sta tornando a colpire le nostre città, le nostre case, le nostre famiglie. Poco consola il fatto che oggi il Covid si accanisca soprattutto sulle zone che aveva risparmiato la scorsa primavera. Le due immagini della diffusione del virus in Lombardia che abbiamo pubblicato nei giorni scorsi - prima e seconda ondata a confronto, una quasi il «negativo» dell’altra - lo hanno testimoniato in maniera esemplare: se fra marzo e aprile erano state le province di Cremona, Bergamo, Brescia e Lodi a pagare il prezzo più alto, sia in termini di contagi sia di vite umane perdute, mentre il resto della regione era quasi immune, ora l’emergenza si è concentrata soprattutto nell’area di Milano, Monza, Varese e Como, risparmiando (o quantomeno colpendo in misura minore) i territori flagellati in primavera. Lo stesso sta succedendo a livello nazionale, con Campania, Piemonte, Alto Adige e Valle d’Aosta - solo pochi mesi fra le regioni più sicure - ora costrette a lanciare il più drammatico degli Sos. «Non abbiamo più posti nelle terapie intensive, la situazione è ormai fuori controllo», hanno ammesso i medici che operano in quelle zone. E non è chiaro quale interesse dovrebbero avere i medici (al pari dei giornalisti) a incutere paura ai cittadini. Forse, semplicemente, ne sanno di più, hanno molte più informazioni a disposizione rispetto ai leoni e agli Sherlock Holmes da tastiera. Se la pandemia tornerà a fare vittime come la scorsa primavera (1.105 morti solo in provincia di Cremona, 16.079 in Lombardia, 33.340 in tutta Italia da fine febbraio al 31 maggio; 1.152 in provincia, 19.186 in regione e 44.683 a livello nazionale a ieri sera) non si capisce quali argomenti possano avere i negazionisti per continuare a sostenere che «il virus non esiste» (o che «nun ce n’é Coviddi», come ha spudoratamente annunciato tempo fa la «virologa» di Mondello che, sostenuta da un impressionante numero di followers, nei giorni scorsi si è addirittura improvvisata cantante, monetizzando tanta facile notorietà con un videoclip subito diventato virale sul web). Che i veri esperti siano considerati terroristi e le più improbabili influencer siano elevate al rango di oracoli - invitate in tv e inseguite dagli sponsor - è un fenomeno sociale allarmante quanto il Coronavirus. Non ci si può neppure consolare pensando che facciano meno danni del Covid, perché alimentare il negazionismo è il primo modo per abbassare la guardia e favorire la diffusione del contagio. Da Donald Trump a Boris Johnson - passando per gli altoatesini che solo poche settimane fa brindavano in compagnia, felici di poter tenere birrerie e ristoranti aperti anche di sera, mentre tutta Italia rispettava già il coprifuoco - tutti quelli che nei mesi scorsi hanno sottovalutato la pericolosità del Coronavirus in poco tempo hanno finito per pentirsene amaramente. Qualcuno ha perso le elezioni (e dovrà lasciare la Casa Bianca), qualcun altro si è ammalato, i più sfortunati sono addirittura finiti in terapia intensiva. Contenti loro, contenti tutti, si potrebbe dire. Ognuno è libero di comportarsi, pensare e morire come vuole. Almeno, però, non salga in cattedra a dare giudizi e lezioni a chi, affidandosi alla scienza - anziché agli apprendisti stregoni - spera soltanto che si possa uscire tutti indenni - quantomeno con il minor danno possibile - dalla peggior sciagura planetaria dell’ultimo secolo.

© RIPRODUZIONE RISERVATA DI TESTI FOTO E VIDEO

14 Novembre 2020

Commenti all'articolo

  • Antonio

    2020/11/18 - 07:03

    Egregio Direttore, la correggo, chi brindava per i bar aperti erano gli abitanti del trentino ,che sono e rimangono in zona gialla, quindi l’esempio non calza.

    Rispondi