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Giovedì 02 Luglio 2020

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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Quando i giorni cambiano la storia

Quando i giorni cambiano la storia

Nel calendario ordinario, che inizia il primo gennaio e finisce il 31 dicembre di ogni anno, i giorni in rosso sono i festivi: quelli in cui non si lavora, quasi tutto si ferma e si tira finalmente il fiato. Nel calendario Covid - che in Italia è iniziato il 30 gennaio, quando il virus è stato scoperto nel sangue di due turisti cinesi e sono stati immediatamente sospesi i collegamenti aerei con Pechino - non c’è alcuna festività, semmai molti giorni neri. Quelli in rosso rappresentano solo le tappe della Via Crucis che ci siamo improvvisamente trovati a dover percorrere, senza vie di fuga: il 31 gennaio la dichiarazione dello «stato di emergenza nazionale» da parte del Governo (una dichiarazione inizialmente passata sotto traccia, come tanti atti pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale); il 3 febbraio la restrizione in quarantena di 56 cittadini italiani rimpatriati da Wuhan; il 18 il primo caso ufficiale di contagio in Italia (il maratoneta Mattia Maestri, da allora considerato il «paziente 1»); il 21 febbraio la chiusura di tutte le scuole (provvedimento che a livello nazionale scatterà solo il 5 marzo); il 23 febbraio l’istituzione della Zona Rossa con epicentro a Codogno; l’8 marzo l’inizio del lockdown, il più severo provvedimento restrittivo mai adottato in Italia. Da allora e per quasi due mesi 60 milioni di persone sono rimaste chiuse in casa, al sicuro, mentre il virus metteva a dura prova il sistema sanitario nazionale e uccideva 30 mila persone, la metà concentrate nella sola Lombardia, oltre l’87% con un’età superiore ai 70 anni. 

Il Covid-19, in pratica, si è accanito su un’intera generazione di anziani, i nostri padri e i nostri nonni, nati fra il 1930 il 1950: sopravvissuti in gioventù alla Seconda Guerra mondiale, stroncati invece dagli acciacchi, dal virus e in qualche caso dalle carenze dei piani di emergenza mentre si godevano la vecchiaia in una casa di riposo. Quando il picco dei contagi e dei lutti ha iniziato a calare, un’altra data è stata segnata in rosso sul calendario Covid da tutti gli italiani: il 4 maggio, giorno di inizio della cosiddetta Fase 2, il graduale allentamento delle misure anti-contagio. Via libera alle visite ai congiunti, riaperti i parchi, autorizzate la ristorazione da asporto e la ripresa di alcune attività produttive, il tutto a patto di continuare a rispettare il distanziamento sociale e di indossare in ogni occasione guanti e mascherine. Come logico, la parziale ripartenza non è stata sufficiente: a distanza di due settimane, un’altra data rossa (il 18 maggio) ha dato ulteriore slancio alla ripartenza: riaperti bar, ristoranti, parrucchieri e centri estetici, riammessi i fedeli alle celebrazioni religiose (ma contingentati e distanziati), di nuovo possibili le attività sportive. Un solo limite restava perentorio e inderogabile: il divieto di spostarsi da una regione all’altra, attraversando confini in larga parte invisibili e in altri casi, invece, plasticamente riconoscibili. Un caso per tutti: il ponte in ferro sul Po che, a soli due chilometri dal Torrazzo, nel pieno centro di Cremona, unisce Lombardia ed Emilia. Quella limitazione è stata contestata da molti e approvata da qualcuno: ha messo il sindaco di Milano contro il governatore della Sardegna, gli albergatori del Sud contro i vacanzieri del Nord, i virologi preoccupati di innescare una nuova ondata di contagi contro gli operatori turistici terrorizzati all’idea di dover perdere l’intera stagione estiva 2020. Alla fine ha prevalso la linea morbida e il 3 giugno è diventata la nuova data da segnare in rosso sul calendario: da mercoledì l’Italia tornerà unita, «una e indivisibile», come stabilisce l’articolo 5 della Costituzione. E forse non è un caso che per la «riunificazione» del Paese sia stato scelto il giorno successivo alla Festa della Repubblica. Vero, il giorno dell’Unità d’Italia è il 17 marzo (per ricordare la proclamazione del Regno d’Italia avvenuta nel 1861) ma il 2 giugno (che ricorda il referendum con cui nel 1946 gli italiani preferirono la Repubblica alla monarchia) rappresenta meglio quel ritrovato sentimento patriottico che milioni di cittadini hanno dimostrato durante la pandemia esponendo il Tricolore alle finestre o cantando l’Inno di Mameli dal balcone di casa. Salvo smentite, la riapertura dei confini è stata una decisione sensata e per certi versi inevitabile: che senso avrebbe avuto riaprire le frontiere nazionali, permettere a un tedesco o a un francese di andare in vacanza a Capri o sull’isola d’Elba e impedire a un cremonese di arrivare a Piacenza? Ora la speranza è che i comportamenti di tutti siano responsabili - la stessa responsabilità dimostrata in queste sere dai frequentatori della movida, dopo gli eccessi dei primi giorni - e che finiscano le contrapposizioni fra pezzi d’Italia l’un contro l’altro in polemica, se non proprio armati. Semmai, a emergenza Covid finita ci sarà da ripensare al modello dello Stato: la richiesta di federalismo e di autonomia che negli ultimi anni aveva rappresentato una legittima forma di ribellione da parte delle regioni che si sentivano penalizzate dal centralismo romano, che (in alcuni casi non a torto) vedevano la capitale come una palude, un porto delle nebbie che tutto inghiotte e niente risolve, durante l’emergenza ha mostrato l’altro lato della medaglia, un’Italia divisa in tante piccole patrie, ognuna con il proprio primatismo, la propria voglia di autoregolarsi e i propri egoismi. Trovare il giusto equilibrio fra unità nazionale e rispetto delle realtà locali, ecco, sarà una delle grandi sfide del post Coronavirus. E chissà che non possa diventare l’occasione giusta per risolvere il problema dei problemi italiani, la madre di tutti i nostri guai come Paese: la burocrazia.

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30 Maggio 2020