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Martedì 25 Febbraio 2020

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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Il doppio gioco di Toninelli: no alla Tav, sì alla poltrona

Il doppio gioco di Toninelli: no alla Tav, sì alla poltrona

Il direttore Marco Bencivenga

Matteo Salvini l’ha definito «un disastro, un danno d’immagine per l’intero Governo» (dichiarazione ufficiosa, ma mai smentita) e l’ha messo nel mirino al pari di altri tre ministri pentastellati: Elisabetta Trenta (Difesa), Sergio Costa (Ambiente) e Giovanni Tria (Economia, il bersaglio più grosso). Il segretario nazionale del suo partito, Luigi Di Maio, ha risposto gonfiando il petto (se la Lega attacca i nostri ministri, noi mettiamo in discussione i loro, ha ribattuto in sostanza), ma pubblicamente non è andato al di là di una mera difesa d’ufficio: «Ho fiducia in Danilo - ha detto -: lo chiamano il ministro blocca-strade, ma in questi mesi ha lavorato sodo per sbloccare le opere. Solo che i meriti se li prende qualcun altro». Un classico della narrazione a cinque stelle, sempre sospesa fra vittimismo e autocelebrazione, complottismo e scaricabarile. Lui, Danilo Toninelli da Soresina, non si è perso d’animo: lavorando «pancia a terra» - come lo irride Maurizio Crozza nella parodia tv - l’altro giorno si è seduto sulla scrivania ministeriale (sulla scrivania, non sulla poltrona!), ha acceso la telecamera e in diretta Facebook ha ribadito la sua posizione su uno dei temi più caldi del momento: «La Tav era, è e rimarrà un’opera inutile, un progetto vecchio prima ancora di vedere la luce, che è stato fragorosamente bocciato dagli esperti perché non porta benefici nemmeno nel lungo periodo», ha sentenziato il ministro delle Infrastrutture senza possibilità di appello. Subito dopo Toninelli ha ridicolizzato l’opera più attesa dalla stragrande maggioranza dei cittadini e delle imprese del Nord Italia chiamandola «il buco nella montagna» e, senza tanti giri di parole, l’ha definita «un bidone per tutti gli italiani». 

Stroncatura totale, insomma, in linea con la storica posizione grillina. Peccato che solo poche ore prima il presidente del Consiglio sostenuto dallo stesso M5S e dalla Lega avesse formalmente annunciato il definitivo via libera del Governo all’Alta Velocità ferroviaria: «La decisione di non realizzare la Tav non comporterebbe solo la perdita dei finanziamenti europei, ma anche tutti i costi derivanti dalla rottura dell’accordo con la Francia», ha spiegato Giuseppe Conte alla Camera, riconoscendo ciò che tutti sanno da sempre, ovvero che fermare i cantieri «costerebbe molto più che completarli». Quindi, a questo punto la Tav conviene farla. E si farà. Dopo aver precisato che «l’interesse nazionale è l’unica stella polare di questo Governo» (altro mantra a cinque stelle) il premier ha generosamente ricordato che «comunque il Parlamento è sovrano». Significa che l’ultimissima parola sulla realizzazione o meno dell’opera più discussa dai tempi del ponte sullo Stretto spetta a deputati e senatori. In linea teorica i nostri rappresentanti a Montecitorio e a Palazzo Madama potrebbero decidere diversamente da Conte e stracciare gli accordi siglati con Francia e Unione Europea. A quel punto, però, la crisi diventerebbe inevitabile, perché non può resistere in carica un Governo contraddetto su una partita tanto importante dal Parlamento che lo esprime. Escludendo un simile colpo di scena (anche perché, nel caso, deputati e senatori anti-Tav dovrebbero indicare dove e come reperire le risorse economiche necessarie per risarcire Francia e Ue, modificando altre voci del bilancio statale con tagli agli investimenti o imposizione di nuove tasse), nell’aria resta un quesito: dato che la partita, di fatto, è chiusa, perché Toninelli si è esposto con un’uscita tanto temeraria, in contrapposizione alle scelte del Governo di cui fa parte e a quello che definisce «il partito globale del cemento»? La storia - è vero - è piena di persone disposte a morire per questioni di principio o per difendere le proprie opinioni. E alcune di loro proprio per questo si sono guadagnate il titolo di «eroi». Forse, però, combattevano battaglie più importanti e sensate. E con fini più nobili. Nel caso in questione, invece, il sospetto è che alla vigilia della manifestazione di ieri in Val di Susa Toninelli abbia ripreso a sventolare la bandiera No Tav soprattutto per difendere la propria poltrona minacciata dall’alleato leghista, di fatto cercando protezione nell’ala più dura e intransigente del M5S. In pratica, il ministro si è comportato come un concorrente di «Lascia o raddoppia?», lo storico quiz della Rai, o come un pokerista che punta tutte le sue fiches in una sola mano al tavolo del casinó: «all in», o la va o la spacca. In fondo, lo diceva già Giulio Andreotti, uno che di politica e di poltrone se ne intendeva più di ogni altro: a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. Tanto più che il primo a dare conferma ai sospetti è stato proprio lui, Danilo Toninelli da Soresina: «In quest’anno da ministro ho seguito una enormità di dossier e ho ispezionato moltissimi cantieri che erano fermi da anni - ha rivendicato nel video postato su Facebook, di fatto rispondendo a chi ne invocava le dimissioni -. Anche Salvini ha esaltato le decine di miliardi di opere che io ho sbloccato, dalla statale Telesina ai ponti sul Po. È tutta farina del sacco del M5S - ha precisato -: tutto lavoro mio e di chi opera al mio fianco, visto che qui al Mit non c’è ombra di un leghista da mesi. Noi diamo il massimo, abbiamo fatto un lavoro immenso e mai come ora il ministero dei Trasporti ha prodotto leggi così importanti. Ecco perché non andare avanti sarebbe una pura follia». Come volevasi dimostrare. Persa la battaglia sulla Tav, quel che conta per Toninelli è «andare avanti». E non perdere anche la poltrona. Anche se poi si siede sulla scrivania...

[LEGGI LA REPLICA DEL MINISTRO TONINELLI]

[LEGGI LA RISPOSTA DEL DIRETTORE BENCIVENGA]

29 Luglio 2019