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Giovedì 22 Agosto 2019

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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Il peso di Cremona e la casta che non c'è

Benci

Il direttore Marco Bencivenga

di MARCO BENCIVENGA*

Quanto conta una provincia? I possibili parametri per scoprirlo sono tanti. Il più utilizzato, in genere, è la forza economica: quanto Pil produce, quanta ricchezza possiede, quanto esporta, quale tasso di occupazione garantisce ai suoi cittadini... Un altro parametro assai considerato, anche se più difficile da misurare, è la capacità di influenza, ovvero il numero di persone (politici, tecnici, manager) che un territorio può vantare «colà dove si puote ciò che si vuole», non già in paradiso - come intendeva Dante - ma nelle istituzioni, al governo, nelle stanze dei bottoni in cui si fanno le scelte, si decidono le strategie, si valutano e destìnano gli investimenti. Nel primo caso la provincia di Cremona è messa bene: non è la locomotiva del Paese, ma è iscritta al club dei territori più virtuosi e vanta numeri di rilievo nell’agroalimentare, nella siderurgia, nella cosmesi e nella liuteria. Sopra la media nazionale anche il dato d e l l’occupazione, come testimonia l’inchiesta che pubblichiamo in cronaca. Nel secondo caso (la capacità di influenza) il calcolo si complica: basta la presenza nel governo gialloverde di un ministro cremonese, Danilo Toninelli da Soresina, per dire che Cremona è protagonista della politica nazionale? Bastano tre parlamentari su 951 (il senatore Simone Bossi e i deputati Silvana Comaroli e Luciano Pizzetti), quattro con la cremasca Claudia Gobbato, nata però nel Milanese, per garantire adeguata rappresentanza al territorio? Le opinioni espresse in convegni e talk show dall’economista Carlo Cottarelli, già commissario straordinario per spending review (sempre annunciata e mai realmente realizzata), bastano per appagare l’orgoglio di Cremona o alla fine restano solo opinioni, per quanto autorevoli? Forse la storia sarebbe andata diversamente se lo scorso 28 maggio Cottarelli avesse accettato senza riserve l’incarico di presidente del Consiglio dei ministri che gli era stato offerto da Sergio Mattarella, ma la storia non si fa con i «se» e le condizioni politiche di allora lo obbligarono a rinunciare al mandato dopo soli tre giorni, spianando la strada alla nascita del Governo Conte. Occasione persa. Si ritorna così al punto di partenza: quanto conta Cremona?

A rendere attuale il quesito è un dato recentissimo: la composizione delle liste per le elezioni Europee del 26 maggio. Ebbene: nel collegio Nord-Ovest che comprende Lombardia, Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta figura soltanto un candidato cremonese. Se gli elettori lo premieranno (e non è affatto scontato, al di là del valore individuale) da Cremona potrà mettersi in viaggio per Strasburgo solo l’europarlamentare uscente Massimiliano Salini (il che autorizza una facile ironia: sarà per questo che da qui non partono aerei o treni superveloci? È tutta «colpa» della richiesta troppo bassa?). Tecnicamente è cremonese anche l’ambientalista Dario Balotta, presidente dell’Onlit, l’Osservatorio Nazionale Liberalizzazioni e Trasporti, ma ha lasciato la città natale da tempo, per trasferirsi sulla sponda bresciana del lago d’Iseo. In lizza per le Europee resta dunque un solo candidato cremonese al cento per cento. Il dato potrebbe sembrare irrilevante o non particolarmente significativo in un’ottica transnazionale, ma inizia a lampeggiare se paragonato a quello delle province più vicine in termini geografici o dimensionali: a Piacenza in candidati in lizza sono quattro, a Bergamo sette, a Brescia addirittura dodici. Perfino nella provincia di Lecco (che conta 339 mila abitanti contro i 360 mila di Cremona) e a Mantova (412 mila) sono di più: tre! Certo, non tutti verranno eletti e alcuni nomi sono soltanto «riempilista» senza alcuna possibilità di successo, ma resta la sensazione di una disparità di proporzioni fra il peso specifico del territorio cremonese e la sua possibile rappresentanza. La vastità del collegio elettorale delle Europee, che comprende quattro regioni e ben 15 milioni di abitanti, sicuramente non aiuta, anche perché richiede investimenti non alla portata di tutti i possibili candidati per poter avere un’adeguata visibilità su un territorio tanto esteso durante la campagna elettorale, ma le dimensioni non bastano a spiegare il fenomeno, se si considera che u n’analoga fuga dalle candidature si registra nella situazione opposta, ovvero nei Comuni troppo piccoli, dove è sempre più difficile trovare un cittadino disposto a proporsi come possibile sindaco o, ancor meno, come consigliere comunale. Tanto che in più di un paese, anche nella nostra provincia, alle Amministrative che si svolgeranno nello stesso giorno delle Europee, il prossimo 26 maggio, si presenterà una sola lista. Non è il massimo per un Paese che si definisce democratico e attribuisce la sovranità al popolo fin dall’articolo 1 della sua Costituzione. Per certi versi è l’effetto perverso della battaglia propagandistica contro la cosiddetta «casta» della politica. L’obiezione vale certamente per i livelli istituzionali superiori, dove si sprechi rasentano lo scandalo, ma non può essere invocata per le amministrazioni locali. Basti pensare alle indennità riconosciute a un sindaco, variabili fra i 1.290 euro mensili riconosciuti al primo cittadino di un Comune fino a mille abitanti e i 5.010 euro per chi indossa la fascia tricolore in una città compresa fra i 100 mila e i 250 mila abitanti. In ogni caso stipendi non minimamente paragonabili a quelli di un manager che nel settore privato debba governare aziende di pari dimensioni o assumere responsabilità simili. Come minimo, manca uno zero. E allora la riflessione valica i confini provinciali e cambia prospettiva: non più quanto conta una città, nel nostro caso Cremona, ma chi può permettersi di fare politica oggi? Un quesito sottovalutato e dalla risposta molto complessa. Senza aprire il capito degli apparati: a fronte di una classe politica sottopagata, nelle amministrazioni comunali lavorano migliaia di dirigenti e di alti funzionari con stipendi iperbolici rispetto ai loro teorici «datori di lavoro», e senza neppure avere un elettorato cui dover rispondere e rendere conto. Avrà l’Italia la forza di affrontare anche questa partita, prima o poi?

*direttore del quotidiano La Provincia di Cremona e Crema

© RIPRODUZIONE RISERVATA DI TESTI, FOTO E VIDEO

21 Aprile 2019

Commenti all'articolo

  • Antonio

    2019/04/24 - 16:04

    Giuste considerazioni e interessanti domande.

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