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Sabato 04 Luglio 2020

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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Distanti ma uniti, la lezione del Covid

Distanti ma uniti, la lezione del Covid

Il flagello del Coronavirus si è abbattuto sulle nostre vite come una calamità epocale: un terremoto, una guerra, uno tsunami, un attentato terroristico che dopo quasi vent’anni la mente fatica ancora a ritenere possibile come il crollo delle Torri Gemelle di New York, abbattute l’11 settembre 2001 da due aerei trasformati in bombe «telecomandate», provocando 2.753 morti e oltre seimila feriti. Oggi la tragica conta della pandemia Covid-19 ha raggiunto cifre impressionanti: 1.119 vittime nella sola provincia di Cremona, quasi 17 mila in Lombardia, 35 mila in Italia, mezzo milione nel mondo. E l’emergenza non è ancora finita, come dimostrano i nuovi focolai spuntati a ogni latitudine, da Mondragone alla Germania, da Pechino all’Amazzonia. La seconda ondata di contagi resta un rischio concreto - anche qui, da noi -, diventerà un pericolo reale soprattutto dal prossimo autunno, ma intanto tutti insieme stiamo provando a tornare alla normalità: le attività commerciali e produttive sono ripartite, i servizi pubblici sono stati riattivati, lo smart working è tornato a essere un lusso per pochi, dal 14 settembre riapriranno «perfino» le scuole (chiuse per prime e riaperte per ultime perché - spiegano gli esperti - è quasi impossibile garantire il distanziamento fra i giovani, involontari portatori sani di un virus dal quale sono miracolosamente immuni). Certo, nulla è più come prima: lavarsi le mani, restare a distanza di sicurezza e usare sempre la mascherina rimangano comportamenti vivamente consigliati.

Un po’ alla volta ci siamo abituati a salutarci con l’avambraccio anziché con la mano, a lavorare dietro una barriera di plexiglas invece che in spazi aperti, addirittura abbiamo imparato a rispettare le code, anziché assembrarci davanti a uno sportello, un bancone o un check in. Insomma, i nostri comportamenti sono cambiati, nella stragrande maggioranza dei casi siamo diventati più responsabili e più rispettosi - se non proprio «migliori di prima», come profetizzavano gli ottimisti -, ma un dato più di tutti dimostra che (per ora) stiamo uscendo dal tunnel, ed è il dolore che proviamo per ogni singola vita prematuramente perduta. Non che durante il lockdown considerassimo normale morire, ma in una piccola comunità come la provincia di Cremona siamo arrivati a contare fino a 49 vittime in un solo giorno, una ogni mezz’ora. E a considerarlo possibile, se non proprio accettabile. Da qualche giorno, invece, le morti impreviste sono tornate a essere uno shock, un colpo basso, una ferita al cuore (oltre che una notizia per tv e giornali). Sono ripresi gli incidenti stradali - fenomeno opportunamente ribattezzato «la strage infinita», a sottolineare l’inesorabile susseguirsi di lutti dovuti a eccesso di velocità o distrazione, come conferma il tragico scontro di ieri in A21, fra Cremona e Pontevico, costato la vita a due anziane sorelle bresciane-, sono ricominciati gli annegamenti nei laghi e nei fiumi (straziante il caso della sedicenne di Fossacaprara scivolata giovedì in una canalina di irrigazione del Navarolo), si è tornati a morire sul lavoro (per l’inosservanza delle norme di sicurezza o anche solo per un malore fatale, come è successo mercoledì all’agricoltore di 54 anni che è stato ritrovato senza vita nel suo campo di mais, a Volongo, dopo ore di atroce preoccupazione e di vane ricerche in ogni dove). Soprattutto, sono ripresi gli omicidi. E ancora una volta a pagarne il conto sono state le donne, anche se il delitto di Palazzo Pignano, oltre il cliché del femminicidio per mano di un marito o compagno violento, pare un dramma della disperazione, la perdita di controllo - forse non la prima né l’unica - da parte di un uomo solo, incapace di gestire la grave malattia neurodegenerativa della moglie. I racconti dei parenti della vittima lasciano intravvedere un clima di tensione nella villetta di via De Nicola e questo accade soprattutto quando un problema - di qualunque genere sia - si ingigantisce dentro le quattro mura di una casa, anziché trovare sfogo e soluzione all’esterno. Sia chiaro: nulla giustifica il pugno alla testa sferrato dal cinquantaseienne Eugenio Zanoncelli alla moglie Morena Designati, di sette anni più giovane. Ma come ha osservato la dottoressa Cinzia Santelli, responsabile del servizio di Psicologia clinica dell’Azienda sociosanitaria territoriale, «il dolore patito da una persona cara può far superare una soglia, in situazioni emotive estreme a un certo punto si può non vedere più una via d’uscita e, se mancano sostegno e condivisione, si perde la percezione che tutto possa diventare più tollerabile». In questi casi - ha ricordato la psicologa - il fatto che si chieda aiuto oppure no, se non addirittura lo si respinga, diventa decisivo. «E il vagare senza meta nelle ore successive al delitto dà l’idea dello smarrimento personale di chi è arrivato a compiere un gesto, senza aver idea di quanto stesse facendo». Ancor più drammatica la solitudine in cui pare si sia ritrovata la povera Morena, già provata psicologicamente e nel fisico dalla malattia. Restiamo uniti, ci dicevamo durante il lockdown per farci forza contro un nemico invisibile e sconosciuto. Ma quell’invito non vale solo in casi di emergenza: è buono sempre. Restiamo uniti deve diventare la regola aurea anche in tempi ordinari, di fronte a ogni difficoltà imprevista: sul lavoro, in società, in famiglia. Solo se riusciremo ad applicarla davvero, giorno per giorno, potremo dire di aver imparato qualcosa dalla terribile esperienza del Coronavirus. E onorare la memoria di chi non ce l’ha fatta, in attesa che la scienza trovi il vaccino, unica arma realmente efficace contro il contagio della pandemia nata dai pipistrelli e propagata dall’uomo, di bocca in bocca, di starnuto in starnuto. Perché dove la medicina non arriva c’è un solo modo per salvarsi: allungare una mano, fare squadra, aiutarsi. Alla giusta distanza, sì. Ma insieme.

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27 Giugno 2020