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Giovedì 12 Dicembre 2019

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CREMA

Don Inzoli, altro esposto in procura

Presentato dall'associazione 'Rete L'ABuso', chiesti approfondimenti, nel mirino il vescovo di Crema e la Cei

Don Inzoli, altro esposto in procura

Don Mauro Inzoli

CREMA - «Ulteriori approfondimenti di indagine sul caso di don Mauro Inzoli». E’ quanto contenuto nell’esposto presentato venerdì 11 luglio presso la procura della Repubblica di Cremona dall’associazione ‘Rete L’ABUSO Onlus’ che ha sede in via dei Cambiaso a Savona e firmato da Francesco Zanardi, in qualità di legale rappresentante dell’associazione stessa. Una nuova iniziativa giudiziaria che arriva dopo quella messa in atto dal parlamentare cremasco di Sel Franco Bordo, che all’indomani della sentenza («abusi su minori») emessa dalla Congregazione per la dottrina della fede giovedì 26 giugno, aveva chiesto alla magistratura inquirente ordinaria di indagare. «E’ il momento — aveva commentato il parlamentare — che anche la magistratura italiana azioni gli strumenti legali per fare chiarezza, ed eventualmente perseguire, su tali atti».

Ora un secondo esposto con il quale viene chiesto — si legge nella nota diffusa dall’associazione Rete L’ABUSO — «di approfondire in particolare modo il perché né il vescovo, né il Vaticano che è stato investito della vicenda, né gli organi direttivi della Cei guidata dal cardinal Angelo Bagnasco, abbiano ritenuto di dover comunicare i fatti all’autorità giudiziaria». Sempre nell’esposto (reperibile integralmente sul sito dell’associazione) si sottolinea che «dal momento che c’è stata una condanna dal punto di vista canonico, è verosimile pensare che la Diocesi sapesse, o che almeno oggi sia in possesso di materiale di indagine, lo stesso materiale che ha portato Inzoli alla condanna canonica, tenendo conto tra le altre cose, che il Canone del codice di diritto canonico violato (numero 1720) riguarda gli abusi su minori».Nell’esposto si chiede anche, «qualora emergesse che la diocesi e/o altre strutture responsabili dei minori rimasti vittime, fossero a conoscenza delle tendenze dell’Inzoli, di valutarne le responsabilità».

L’esposto presentato da Bordo aveva sollevato discussioni e contrapposto pareri. Chi sosteneva che un’indagine ordinaria avrebbe l’effetto di coinvolgere le famiglie interessate con l’addio alla riservatezza che avevano chiesto e ottenuto e chi invece si diceva convinto che anche don Inzoli debba essere giudicato «in nome del popolo italiano». Caso destinato a rimanere aperto ancora per diverso tempo.

Tutto era iniziato nel dicembre del 2012, quando una nota diffusa dalla diocesi di Crema informava che era stata chiesta la riduzione allo stato laicale di don Inzoli, fino all’ottobre del 2010 potente parroco di Santa Trinità a Crema. Non veniva fatta menzione del perché di un simile provvedimento, ma veniva sottolineato che era diritto di don Inzoli presentare ricorso contro la decisione. Cosa che il monsignore ha puntualmente fatto. Se ne è venuti a conoscenza nel febbraio dell’anno successivo. Giovedì 26 giugno la sentenza, sempre resa pubblica dal vescovo di Crema Oscar Cantoni. Sentenza emessa dalla Congregazione per la dottrina della fede e firmata dal prefetto cardinale Müller, «che recepisce quanto Papa Francesco ha deciso in merito» e in cui si parla esplicitamente di «abusi su minori». Per don Inzoli, che rimane sacerdote con una serie di restrizioni la cui inosservanza comporterà la dimissione dallo stato clericale. Con l’aggiunta che «in considerazione della gravità dei comportamenti e del conseguente scandalo, provocato da abusi su minori, don Inzoli è invitato a una vita di preghiera e di umile riservatezza, come segni di conversione e di penitenza».

12 Luglio 2014