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Mercoledì 22 Gennaio 2020

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PROCESSO IORI, VERSO LA SENTENZA

'Solo un folle può uccidere parte di sè'

L'ex primario parla per 15 minuti, i coniugi Ornesi lasciano l'aula

'Solo un folle può uccidere parte di sè'

Maurizio Iori durante una fase del processo

BRESCIA - Alle 10,50 di venerdì 6 giugno, Maurizio Iori prende la parola e rilascia le sue dichiarazioni spontanee per un quarto d'ora. E' stato allora che i coniugi Ornesi, genitori di Claudia e nonni di Livia, hanno lasciato l'aula accompagnati dall'altra figlia Paola, che è rientrata subito dopo per ascoltare le dichiarazioni dell'imputato.
 "Buongiorno - ha esordito Iori - parlerò una manciata di minuti per farmi conoscere. In questo momento voi avete in mano tutta la mia vita e non solo la mia, ma anche quella della mia famiglia, di Ambra, Luca e Margherita, di mia madre e di mia zia. E' la famiglia che mi è rimasta perché quello di Livia non è l'unico grave lutto che abbiamo dovuto sopportare in questi ultimi anni. Vorrei far sentire il mio stato d'animo da quel giorno in cui ho ricevuto la telefonata. In cui mi dicevano che Liviaa e Claudia erano morte. E' una telefonata che mi martella in testa da anni, è uno stato di tilt, di non consapevolezza all'inizio. Io qualche giorno dopo, telefonai al l'ispettore Bulloni, e' come se mi sentissi anestetizzato. Parlai a lungo di questa cosa. In questi casi la botta non era ancora stata assorbita ed è così. La consapevolezza di interrogare una persona in queste condizioni dovrebbe esserci. Poi sono arrivati i sensi di colpa, e sono tanti. Il primo: probabilmente ho illuso Claudia. Ci volevamo bene, era la mamma di mia figlia. Noi con Claudia ci trattavamo bene, ci volevamo bene. Ci sarebbe stata una crescita armonica di Livia. Il secondo:la mia personalità è quella dell'uomo del compromesso. Rifuggo da ogni posizione drastica. Non mi sono accorto del disagio di Claudia. Si vede che tutti e due siamo bravi a dissimulare. Io faccio fatica a manifestare i sentimenti agli altri, Claudia anche. I medici non dovrebbero prendersi cura dei propri familiari, perché rischiano di sottovalutare i segni. La lettera ha rotto questa dissimulazione, ma io non mi sono reso conto, non l'ho presa in considerazione. Ho sottovalutato questo aspetto, il suo disagio, ed è stato l'errore più grave. Le cose potevano solo migliorare, Livia sarebbe stata introdotta nella famiglia. C'era già una camera per lei con Ambra e Margherita, per le femmine, e una per i maschi. Io pensavo a programmare per Livia e non pensavo a programmare per Claudia, è stato il mio errore. L'amore è il motore della vita. E poi la consapevolezza è arrivata tutta nella sua enormità. Quando ti muore un figlio non c'è più niente in cui credere. Questo dolore non passa, non si può pensare, ma non solo io, ma che nessuno possa eliminare parte di se stesso. Neanche nei film e nei libri si uccidono i propri figli, vuol dire condannarsi per tutta la vita. Questo dolore non passa. Lo si può fare in un raptus di follia o se sei drogato. Può essere solo un folle. Io ho cercato di attaccarmi all'amore di Ambra e Margherita per andare avanti".
Poi la stoccata agli avvocati che lo avevano difeso nel giudizio di primo grado: "I miei avvocati mi hanno detto che le prove erano tutte a favore e che dovevo stare in carcere in attesa, perché in Italia funziona così. Poi la delusione. Le prove mi Scagionavano tutte. Gli avvocati non mi hanno fatto interrogare. Con le dichiarazioni spontanee volevo farmi conoscere.Gli avvocati mi dicevano: 'Le prove sono tutte a favore'. E poi abbiamo cambiato gli avvocati. Volevo augurarvi buon lavoro. Confido nel vostro buon senso".

06 Giugno 2014