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Venerdì 15 Novembre 2019

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CREMA

Foibe, celebrazioni senza polemiche

Il discorso del sindaco Bonaldi non ha fatto riferimento ai recenti confronti tra FI Lega e Rifondazione

L'omaggio ai martiri delle Foibe
Tanta poioggia, poca gente e, soprattutto nessun riferimento polemico. Si è tenuta stamattina la celebrazione della giornata dei ricordo, dedicata ai martiri delle foibe, italiani e anti comunisti finiti nelle cavità del Carso alla fine della seconda guerra mondiale per opera dei titini. Presenti autorità militari e civili, oltre ai rappresentanti delle associazioni di ex combattenti e d'arma. Il sindaco Stefania Bonaldi ha tenuto un lungo discorso, senza richiami alle recenti polemiche scaturite dalle dichiarazioni in merito alla ricorrenza del neo consigliere comunale di Rifondazione Comunista Camillo Sartori.
QUESTO L'INTERVENTO DEL SINDACO
"Dividere la storia in carnefici e vittime è un dovere morale che dovrebbe investire ogni cittadino. Non farlo significa confondere le coscienze, soprattutto dei giovani, a cui dobbiamo raccontare la storia con onestà, facendo comprendere loro che vi furono uomini che cercarono di sopprimere vite e libertà di altri e uomini che fecero di tutto per impedirlo, pagando spesso con la vita. Ciò che invece non ci possiamo permettere è la distinzione arbitraria e insopportabile delle vittime inermi, in base alla loro provenienza o peggio alla loro condizione. Ciò che non possiamo permetterci è attribuire un peso ideologico alla morte di persone che ebbero il solo torto di trovarsi nel posto sbagliato al momento sbagliato, che ebbero la sorte ingiusta di attraversare tirannidi nere e rosse. Mai potremo riabilitare chi umiliò il nostro Paese apparentandosi con la barbarie nazista, costringendo un intero popolo a schierarsi contro quella civiltà occidentale che l’Italia stessa aveva contribuito, in maniera determinante, a fare progredire. Costringendo gli italiani a combattere contro se stessi, in un fratricidio che ancora oggi mostra i suoi effetti perversi. Forte invece deve essere il desiderio di fare nostra la tragedia dei fratelli italiani brutalizzati negli anni 40 e nell’immediato dopoguerra in quelle terre del confine orientale, a cavallo tra l’Italia e la Jugoslavia. Forte deve essere la percezione delle nostre responsabilità per l’ostinata ignoranza da parte di tutti noi, di quei fatti così sconvolgenti. Un’ignoranza colpevole, durata troppo tempo e che la nostra coscienza ci rimprovera con severità. Abbiamo un solo modo per lenire tale responsabilità, domandare scusa per le nostre omissioni. Un unico modo. Dimostrare, fuori dalle appartenenze, che il nostro lamento è sincero fino al punto che non permetteremo a simili violenze di ripetersi. Allora chiedo a tutti coloro che fanno a braccio di ferro su eventi così lontani, se possiedono la stessa sensibilità nei confronti del presente. Lo chiedo come persona nata negli anni settanta, quindi persona post ideologica. Chiedo cosa pensano coloro che si sbracciano dalle rispettive barricate di fronte a episodi che ci passano sotto il naso e ancora una volta dimentichiamo di biasimare perché i protagonisti appartengono all’una o all’altra parte. In questo giorni, ad esempio, in questa nostra regione così evoluta, che si picca di essere la guida economica e morale del Paese, il direttore generale di un grande Ospedale, parlando di fronte al presidente della regione, si è abbandonato ai propri istinti repressi, asserendo che il suo ospedale funziona perché, testuale, “Non ci sono infermiere marocchine e rumene”. Dichiarazione di enorme gravità, che mi offende come donna e come lombarda. Passata sotto silenzio a destra come a sinistra. Un silenzio sospetto, capace di farmi pensare che le dispute lontane servano a molti per omettere il giudizio e l’impegno sulle violazioni vicine, quelle di oggi, dispute che ci fanno sembrare esperti in storia e distratti in cronaca perché quest’ultima è scomoda. Ci costringe, la cronaca, a prendere posizione non in astratto, a chiederci cosa siamo disposti a fare per cambiare le cose. Ci costringe a chiederci come dobbiamo agire quando persone e culture primitive pretendono di giudicare le infermiere per la provenienze a per il colore della pelle e non per le competenze professionali, unico criterio ammissibile in un paese civile. Ci costringe a chiederci, ad esempio, se possiamo ancora assistere inermi alla carneficina nel mediterraneo, alla quale preferiamo reagire con titoloni sui giornali e col silenzio. Oggi, il sindaco di Crema rende omaggio ai suoi fratelli che perirono o che subirono provvedimenti disumani per mano di un regime antidemocratico, un regime comunista. Ma lo stesso sindaco di Crema esorta i suoi concittadini a non cedere alla tentazione di confinare il compianto ai fatti del secolo scorso, perché se quei fatti non servono a renderci più responsabili e meno ideologizzati, nessuna commemorazione potrà riscattarli e le giornate istituite per fare memoria diventeranno stanchi rituali vuoti di significato evolutivo. Se quei fatti non provocheranno un cambiamento profondo nel nostro modo di rapportarci alle ingiustizie, continueremo a scontrarci su eccidi lontani ma staremo zitti di fronte a ciò che di profondamente ingiusto succede innanzi a noi, qui ed ora. Se non ci sarà tale svolta, le ideologie continueranno a dilaniare il nostro paese, con quelle loro irragionevoli rigidità, utili solo a metterci tutti contro tutti rendendoci incapaci di cogliere il difficile quotidiano delle persone. Le ideologie vissute senza moderazione ci fanno ridiventare bambini, esseri immaturi che dividono in mondo in categorie bipolari nette, dove esistono solo i buoni e i cattivi, il bello e il brutto, il bianco e il nero. Un mondo privo di quelle vitali sfumature che rendono la vita ciò che è, ossia un elenco di cose e di persone imperfette, sulle quali e con le quali dobbiamo necessariamente trovare compromessi onesti, perché la vita stessa diventi possibile, vivibile e il nostro paese riprenda finalmente a crescere e a promuovere speranza per le tante persone che sono allo stremo".

10 Febbraio 2014