il network

Lunedì 26 Ottobre 2020

Altre notizie da questa sezione

Blog


MADIGNANO. IL RACCONTO DELLA SUA PRIGIONIA

Padre Gigi: «Nei momenti bui, mi ripetevo, tutto questo un giorno finirà»

Il missionario tenuto in ostaggio per oltre due anni in Africa: «Prego anche per chi mi ha catturato»

Padre Gigi: «Nei momenti bui, mi ripetevo, tutto questo un giorno finirà»

Padre Gigi Maccalli

MADIGNANO (18 ottobre 2020) - Per la seconda domenica consecutiva, da quando è tornato a casa, dopo oltre due anni di prigionia tra il Niger e il Mali, padre Gigi Maccalli oggi non potrà essere sull’altare. Fino al 22 dovrà restare nell’appartamento di via Pavese, per il periodo di quarantena imposto dalle disposizioni per combattere il Coronavirus. La cosa gli procura non poca amarezza. Tanto più che, oggi, la Chiesa celebra la Giornata mondiale delle missioni. In attesa di incontrare padre Gigi in parrocchiale, questa mattina ci sarà la possibilità di vederlo in diretta su Rai 1, ospite via skype della trasmissione A Sua Immagine condotta da Lorena Bianchetti tra le 10,30 e le 10,50. E nel frattempo, racconta a La Provincia di Cremona i lunghi mesi del sequestro.

Com’è avvenuto il rapimento? Chi lo ha effettuato e per conto di chi? Dove è stato portato e trattenuto?
«Sono stato rapito dalla missione di Bomoanga in Niger la sera del 17 settembre 2018 da uomini armati, tutti di etnia Peul, conosciuti anche come Fulani), una decina in tutto. Mi hanno portato in moto al di là della frontiera, in Burkina Faso e custodito in un covo dove c’erano altri jihadisti, lì ho sostato per due giorni. Poi è cominciato il trasferimento a nord: in Mali, sempre in motocicletta».

La prigione, che luogo era? Con lei c’erano altri cittadini stranieri prigionieri? Per motivi politico-religiosi od economici?
«La mia prigione era il Sahara, ma sempre in territorio maliano. Sono stato dapprima tra alberi e arbusti non lontano dal fiume Niger, poi spostato tra le dune verso la Mauritania e poi tra le pietre e rocce della zona di Kidal. Mi spostavano in macchina a bordo di un pick-up. La sorveglianza era assicurata sempre da almeno 3 o 4 giovani armati. Si davano il turno: ogni mese cambiava équipe. Per 6 mesi sono stato solo, poi a marzo 2019 mi hanno ricongiunto con Luca Tacchetto (giovane italiano di Padova, rapito nel dicembre 2018) e ad agosto 2019 ci hanno spostati nella zona dove era prigioniero Nicola Chiacchio rapito il 4 febbraio 2019. Con quest’ultimo sono stato liberato, mentre Luca è riuscito a fuggire a marzo».

Come si comportavano i carcerieri? Non hanno mai minacciato il peggio, magari prendendo a pretesto la diversa religione?
«Ci hanno sempre trattato complessivamente bene. La mia lunga barba bianca doveva far presa sui giovanetti imberbi che mi custodivano, mi chiamavano in arabo o tamaceq o shebani, vecchio. La conversione all’Islam me la proponevano per il mio bene. Fino all’ultima sera prima della liberazione un capo mi ha detto in francese: ‘Noi dobbiamo dirtelo e avvertirti per evitarti d’andare all’inferno. Allah chiederà conto di te anche a me: avete rapito un infedele e non gli avete detto di convertirsi all’Islam?’. Li ho ringraziati, ma ho ribadito che io resto discepolo di Gesù figlio di Maria e accetto il giudizio di Dio qualunque esso sia».

Come trascorrevano le giornate e le notti? Quali le condizioni climatiche, le difficoltà per ambientarsi, l’alimentazione? La salute sempre stata buona?
«È stata lunga, l’attesa infinita. Ho patito la sete, il freddo, il grande caldo, la pioggia. sono rimasto per 2 anni all’aperto sotto alberi e ripari precari. Ma grazie a Dio ho resistito. Mi ero dato come parola guida: ‘Resistere per esistere’ e tornare a casa, perché un giorno tutto questo finirà».

Durante la prigionia, la possibilità di comunicare era solo con i carcerieri? Sapeva delle iniziative della Diocesi per sollecitare la sua liberazione?
«Tra noi tre ostaggi italiani dicevamo che eravamo al 41 bis-bis. In isolamento nel carcere di massima sicurezza. Ciò che la Diocesi di Crema e le parrocchie hanno organizzato come veglie di preghiera e marce sono state una sorpresa. Solo al mio arrivo in Italia ho saputo di questo, da mia sorella. Mio nipote poi mi ha fatto ascoltare dal suo cellulare le campane del Duomo di Crema suonare a festa».

Con i confratelli presenti in Africa e con i superiori della Sma c’è stato qualche contatto? Dalle autorità italiane è mai arrivata notizia di trattative avviate per uno scambio con altri prigionieri, o per il pagamento di un riscatto?
«Eravamo all’oscuro di tutto, anzi mi chiedevo perché non fanno nulla. Più volte ci hanno fatto dei video, dicendoci che il Governo domandava una prova che fossimo in vita. Dunque c’era un contatto, ma non ci spiegavamo perché la negoziazione richiedesse così tanto tempo».

Oltre due anni di solitudine, trascorsi lontano dal mondo che conosceva e amava, circondato da persone ostili, saranno stati sicuramente molto lunghi, difficili da vivere. Come trascorreva le giornate, quali pensieri, sentimenti, reazioni? Cosa provava, sentiva, desiderava o temeva?
«Tante le domande, ho vissuto momenti di sconforto, ma mai è venuta meno in me la speranza. Ero sicuro che sarebbe finita un giorno. La preghiera e l’abbandono a Dio mi hanno dato tanta forza».

Ha mai odiato rapitori e sequestratori? C’è il perdono anche per loro?
«Provo molta tristezza verso quei giovani che mi facevano da sorveglianti. Sono giovani adescati dalla propaganda jihadista, indottrinati dai loro video che ascoltavano tutto il giorno. Non sanno quello che fanno. Non porto rancore verso i miei rapitori, ho pregato per loro e continuo a farlo. Ho anche augurato a colui che ha gestito l’ultimo mio anno di prigionia, mentre in macchina ci portava all’appuntamento della liberazione, lo scorso giovedì 8 ottobre: ‘Que Dieu nous donne de comprendre, un jour, que nous sommes tous frères’ (Che dio ci faccia capire un giorno che siamo tutti fratelli Ndr)».

Tornerebbe all’attività missionaria in quei luoghi dopo quello che ha provato e vissuto sulla sua pelle?
«Un posto speciale ha nel mio cuore Bomoanga, in Niger, la missione da dove sono stato strappato bruscamente. Adesso sono in contatto con loro via telefono, posso finalmente raggiungerli almeno con la voce. Hanno danzato di gioia nella chiesa di Bomoanga per la mia liberazione. So che stanno soffrendo per gli attacchi di gruppi armati che vogliono seminare terrore nella zona. Da due anni nessun prete ha più celebrato l’eucaristia in loco. Padre Mauro, mio confratello Sma in missione a Niamey, ha detto loro che ‘per ora non è possibile, forse l’anno prossimo mi rivedranno almeno per un saluto’. Insh’Allah è la mia aggiunta».

Che futuro attende padre Gigi Maccalli?
«Questi due anni sono stati scuola di presente. Desideravo che finisse presto e ad ogni tramonto dicevo speriamo domani. Poi al sorgere del sole riprendevo il mio rosario e continuavo a ritmare la mia giornata con i soliti gesti quotidiani giorno dopo giorno. Il futuro appartiene a Dio, ora mi gusto il ritorno a casa, questo è il mio presente. Il futuro prossimo è incontrare i confratelli di Genova e Padova che non ho ancora abbracciato fisicamente e poi rivedere i tanti amici in Italia e non solo. Il futuro sarà come Dio vorrà, Inash’Allah».

© RIPRODUZIONE RISERVATA DI TESTI, FOTO E VIDEO

18 Ottobre 2020