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6 marzo

Lettere al giornale

Gigi Romani

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lromani@laprovinciadicremona.it

08 Marzo 2017 - 04:00

IL CASO
Traumatico il passaggio dalla scuola al mondo del lavoro
L’italia dei ‘furbetti’ spesso è più forte dell’entusiasmo
Egregio direttore,
in queste settimane ho ripetutamente sentito le polemiche dei taxisti, degli ambulanti e ancora dei medici obiettori, voucher e tanti altri temi legati al lavoro.
Io sono un giovane neolaureato in bio-scienze. Sono sempre stato uno studente attento, scrupoloso e mai fuori corso. Nei miei anni di università ho svolto attività all'estero e in Italia in ambito di etologia applicata ai ‘pets’. Oggi approdato nel mondo del lavoro mi trovo di fronte un muro all’italiana! Nel mondo cinofilo le prospettive per un giovane laureato sono pochissime. Se fai un altro lavoro che nulla ha a che fare con l’etologia, hai qualche probabilità di collaborare con i centri cinofili del territorio. Se al contrario vuoi aprire una posizione lavorativa vera e propria, ti chiudono la porta in faccia. I centri cinofili guadagnano non nell’esercizio dell’attività di educatore vero e proprio, ma nel formare educatori cinofili. Tema caldo e alquanto strano perché per lavorare nell’ambito dell’educazione e dell’etologia applicata ci sono percorsi accademici strutturati ormai da anni. Purtroppo anche le università, evidentemente in crisi dal punto etico, hanno iniziato a proporre corsi al di fuori dei percorsi accademici, generando ancora più confusione. Di fatto in ogni città ci sono moltissimi centri che professano metodiche con nomi bizzarri e accattivanti, ma che poco hanno a che fare con una scienza che da anni propone materiali e metodi solidi e con base scientifica. Nonostante ovunque ormai i cani e gatti abbiano uno spazio su giornali, in radio e in televisione, nonostante su internet sia il tema più cliccato, sembra che non ci sia interesse nel regolarizzare una professione dal punto di vista delle competenze professionali e anche dal punto di vista fiscale, riconoscendo un vero valore scientifico e professionale! L’educazione cinofila non è uno sport e non è neppure un addestramento. È importante che i proprietari dei cani imparino a capire e gestire il proprio animale, offrendo loro un percorso culturale e formativo e non qualche esercizio sterile che se mal compreso potrebbe generare problemi di sicurezza alla collettività.
Auspico che come è avvenuto un tempo per l’insegnamento, la fisioterapia, le scienze infermieristiche e tante altre discipline, si riconoscano come professionisti solo persone che hanno svolto un curriculum accademico quinquennale e specializzazioni. Per ora ai giovani laureati conviene scappare all'estero o intraprendere un’altra professione. Ora io esercito la mia professione di nutrizionista e credo di aver abbandonato il sogno di fare l’etologo.
Caro direttore, mi chiedo perché alcuna amministrazione, alcun ente, alcuna fazione politica si sia mai impegnata a dare regole in quest’ambito. Perché non si parla mai di questa realtà che non lascia alcuno spazio di lavoro a giovani laureati e preparati, consentendo a realtà confuse, talvolta di finto volontariato o di finta attività sportiva, di esercitare una professione seriamente? Ricordo solo che per i professionisti iscritti ad un ordine quali veterinari e biologi vige il divieto di farsi pubblicità, mentre a chiunque altro è concesso di pubblicizzare attività come se si vendesse una scatola di biscotti!
Emiliano B.
(Cremona)

Uno sfogo legittimo. La sua è una situazione comune a molti giovani.


PUNTI DI VISTA
Da ‘presunto’ giovane a vecchio...

Cognome e nome? Ratti Giovanni. La signora di là del vetro senza alzare gli occhi scrive. Luogo e data di nascita? Cremona, quattordicisettecinquantacinque. La signora di là del vetro senza alzare gli occhi scrive, mettendoci gli spazi. Altezza? Uno e settantotto (sto barando di un centimetro, ma la signora di là del vetro senza alzare gli occhi scrive). Occhi? Castani. La signora di là del vetro senza alzare gli occhi scrive. Capelli? Castani. La signora di là del vetro alza occhi e occhiali, mi squadra, riabbassa occhi e occhiali e scrive: brizzolati. Un po' tutti ci ricordiamo dove eravamo quando abbiamo saputo di qualche catastrofe. Quando ho saputo che avevano sparato a John Kennedy ero in tinello a organizzare un assalto indiano dallo schienale del divano al fortino appollaiato sul tavolino. Si era già capito che era successo qualcosa, perché invece della Tivù dei ragazzi c'erano una strana immagine fissa e quella barba di musica che suonavano quando c’era un lutto nazionale. Quando la radio ha detto che era morto Papa Giovanni stavo facendo i compiti al tavolo della cucina dei nonni all’Incis. Quando è arrivata la notizia di John Lennon ero ancora a letto perchè ero tornato di notte da un Juve-Ajax. Ed ero allo sportello dell'ufficio anagrafe, quando ho saputo che non ero più giovane, perchè insieme alla nuova carta d'identità mi è stato rilasciato il primo certificato di senilità. Ero entrato da presunto giovane e ne uscivo da vecchio. Vabbè, vecchio categoria juniores, ma nel mio piccolo era successo qualcosa di epocale. Vecchio. Anziano. Sono andato sul vocabolario a guardarmi i sinonimi, non ce n’è uno che non sia deprimente.
Più sono eufemistici e peggiori sono da mandare giù, come sciroppi troppo dolci. Ora, non voglio dire che lo scrupolo professionale della signora dello sportello sia stato per me l’equivalente della fucilata di Lee Oswald (o di chiunque abbia sparato a JFK) o delle rivoltellate di Mark Chapman; ma me lo ricordo bene perché è stato uno sparo a sangue freddo e mi ha preso in pieno. Di colpo lei, bang bang, come nella (vecchia) canzone dell’Equipe 84. Il secondo 'scatto' della mia carriera di anziano è stato consumato sull'ascensore di un albergo di Varsavia. Era una di quelle cabine con tutte le pareti a specchio, e nel gioco di specchi mi sono scoperto in testa una piazzetta circolare, una specie di eliporto per zanzare o di centro del bersaglio per piccioni sporcaccioni. Non ho aspettato il terzo indizio, mi sono arreso all’evidenza. E dopo qualche anno di onorata militanza eccomi qui per stendere il mio primo rapporto dopo lo sbarco sul pianeta vecchiaia. Che, sorpresa sorpresa, non è un rapporto triste. Almeno per adesso non ce la si passa malaccio. Sì, in bici sono più quelli che mi sorpassano di quelli che sorpasso, e mi succede di alzarmi di notte (senza inventarmi scuse come quello della pubblicità), ma a sapersi adattare la situazione ha anche qualche imprevisto vantaggio. Posso guardare una bella ragazza senza automaticamente guadagnarmi quei tre secoli di purgatorio, che qualche anno fa mi beccavo per direttissima in espiazione dei pensieri su cosa ci avrei combinato se per caso lei ci fosse stata. Avere ormoni impigriti rende la vita meno divertente ma non meno interessante, diciamo che adesso la vita è ‘diversamente bella’. I rapporti con i giovani sono migliori di quanto avrei detto, ne trovi perfino qualcuno che ti cede il posto al bancone del pub. Ecco, magari è meglio se lo fanno con discrezione, non come quel ragazzino che la settimana scorsa mi ha tenuto il portone aperto e quando gli ho detto grazie mi ha risposto con aria innocente (o era insolente?) che gli hanno insegnato che con quelli ‘più vecchi’ si fa così. E la commessa che anche quando entri per la prima volta nel suo negozio ti dà del tu? Fino a qualche tempo fa mi dava sui nervi, adesso – confesso – sotto sotto mi lusinga. Ci si adatta, anche grazie alla nuova carta d’identità che non riporta più certi dati indiscreti e insomma non circoli più con qualcosa in tasca che ti ricorda inesorabilmente che sei quasi fuori corso. Perchè il segreto è riuscire a ‘non’ pensarci, a fare finta che. Per cui, comunicazione di servizio a chi è più giovane, da qui all'eternità (a quella fettina di eternità che ancora mi spetta) lascia perdere certe frasi che vorrebbero essere consolatorie, e mettono solo sale sulla piaga. Per esempio occhio a come usi ‘ancora’: dirmi che sono 'ancora' giovane, l’effetto è ricordarmi che non lo sono più. Lo stesso vale per l’aggettivo ‘giovanile’, un altro chiodo nella bara della mia compianta gioventù. Evita di farmi i complimenti per quello che faccio (ancora) alla mia età, come se riuscire a fare qualcosa oltre a respirare fosse portentoso; o di sospirare ‘spero di arrivarci anch’io...’. Che in quel momento provvederei con le mie mani a non fartici arrivare. E fra mica tanto arriverà un altro timbro sull’ultima pagina: la pensione. Pensiero allettante, e tragico. Desiderata, sognata, inseguita un po’ come quarant’anni fa il congedo dalla naja. Ma occhio, questo è tutto un altro tipo di congedo. L’ultimo congedo che ci tocca da vivi. Bè se permetti io ci penso ancora un po’ su. Troppo vecchio per il rock'n roll (anche se Jan Anderson che è più vecchio di me va ancora in giro sputacchiando nel flauto), troppo giovane per i giardinetti. Capisco che c’è gente che fa la fila per i posti ‘ancora’ occupati da noi. Ma si esce dal campo solo quando l’arbitro fischia la fine, e se il tempo di recupero fosse adeguato al tempo che si è perso… Ma no, rassicurati caro giovane, non funziona così, l’arbitro non concede mai tutto il tempo di recupero che ci vorrebbe; ce ne andremo, anzi un po' per volta ce ne stiamo già andando. Però, per favore, non spingere.
Giovanni Ratti

Cremonese/1
Tesser è ‘allergico’ a Maiorino titolare
Egregio direttore,
non capisco l’allergia di Tesser a Maiorino titolare... Basterebbe giocare con tre difensori puri (c’è solo l’imbarazzo della scelta) per far posto fin dall’inizio della partita a Maiorino come esterno sinistro (suo ruolo naturale) in appoggio alle due punte, ultimamente poco incisive. Una variazione di modulo che, lasciando inalterato il centrocampo a 4 (es. Pesce, Scarsella, Perrulli e Belinghieri) dà più sicurezza alla difesa (e ne abbiamo bisogno) e maggiore fantasia all’attacco! Maiorino oltre che ‘fantasioso’, se impiegato da esterno sinistro (e non da trequartista) è l’unico grigiorosso capace di ‘saltare’ l’avversario in velocità e crossare in area invitanti palloni per le punte. Provare per credere... soprattutto contro le squadre ‘piccole’ dove paradossalmente rischiamo di perdere il campionato.
Tonybos46
(Cremona)

Cremonese/2
Maiorino meriterebbe più considerazione
Signor direttore,
come volevasi dimostrare, lo vado dicendo da inizio campionato, un giocatore come Maiorino deve assolutamente giocare. Che sia dall’inizio, o inserito nel secondo tempo, fa la differenza, è determinante. Dietro le due punte. E ad Olbia, lo ha ampiamente dimostrato, segnando una doppietta, una su calcio di punizione e l’altra dal dischetto del rigore. La terza rete, altro bellissimo eurogol, di Perulli direttamente su calcio d’angolo. Ora lo stesso giocatore su sei partite disputate (spezzoni) ha segnato cinque reti. (...)
Il primo tempo non è stato un granché. Poi nella ripresa mister Tesser ha inserito il jolly, appunto Maiorino, che ha cambiato la partita. (...)
Alla fine la Cremonese ha conquistato altri tre punti importantissimi, determinanti per la classifica. I grigiorossi hanno fatto il loro dovere. Ora c’è solo da sperare che la squadra che ci precede, l’Alessandria, abbia anch’essa, qualche battuta a vuoto. A noi interessa quello, arrivare al primo posto assoluto, evitando i playoff, un vero e proprio terno al lotto. Un grazie vada inoltre ai cinquanta tifosi che anche questa volta hanno seguito i nostri ‘colori’, in questa lunghissima trasferta.
Andrea Delindati
(Cremona)

Vanità, guaio ereditario
Penosamente carini tutti quei tuttologi
Signor direttore,
come sono penosamente carini coloro che si atteggiano di sapere quasi tutto della vita e dei suoi dintorni, al punto tale di essere convinti che quel poco che non sanno è irrilevante. Come se sapessero già a priori la quantità del loro non sapere e questo, merito della loro stupefacente fantasia dettata dalla loro cronica vanità ereditata fin dall’infanzia.
Pietro Ferrari
(Cremona)

L’istruzione vista come diritto
Don Milani grande fortuna per l’Italia
Egregio direttore,
se non ci fosse stato don Milani ci sarebbe stato qualcun altro, o forse si sarebbe dovuto inventarlo? Chissà, quel che è certo è che ha accelerato di molto il passo, partendo da un luogo essenziale per il cambiamento culturale e della mentalità di questa società: la scuola. Creando le basi per una maggiore consapevolezza che l’istruzione è un diritto che riguarda tutte le classi sociali. Egli aveva capito che i poveri sono tali, anche perché sono analfabeti e viceversa, perciò con un circolo senza fine, in cui ignoranza e povertà si sorreggono a vicenda.
Don Milani in realtà va capito, proprio in relazione alla trasformazione non violenta della società, per cui gli ultimi miglioreranno le proprie condizioni sociali, senza alcun ricorso alla violenza, ma attraverso una maggiore istruzione. Egli da ‘buon cristiano’ ha dato un contributo sociale alternativo, ancora adesso attuale, concreto, poiché dalla sua impostazione si è prodotta un'inversione di tendenza sulla dignità degli ultimi. Alternativo anche a molti movimenti radicali, che a vario titolo occuparono il ‘68, fino a sfociare nella lotta armata. Quelli sì provocarono danni, non certo chi si proponeva una società più giusta, migliorando e diffondendo l'istruzione.
Inoltre senza don Milani forse aspetteremmo ancora l’obbligo scolastico della scuola media inferiore, o comunque sarebbe stato riconosciuto con grave ritardo. Per quanto concerne il concetto di inclusione nella scuola ‘pubblica’ è un diritto per i cittadini, di qualsiasi razza, religione o classe sociale appartengano ed è un dovere per lo Stato garantirlo e farlo osservare, come è scritto nella Costituzione: ‘La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita. I capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi, hanno diritto di raggiungere i gradi più alti degli studi’. In sostanza ciò che sosteneva don Milani.
Claudio Maffei
(Fasano del Garda)

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