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Giovedì 21 Novembre 2019

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L'ANNIVERSARIO

Woodstock, l'ultima utopia giovanile

Con i tre giorni di «pace, amore e musica» la cultura hippy raggiunge il suo apice. L’eredità del festival è approdata nella Silicon Valley

Woodstock, l'ultima utopia giovanile
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Fabio Guerreschi

Fabio Guerreschi

Biografia

Fabio Guerreschi è laureto in sociologia all’Università di Trento ed è un giornalista del quotidiano ‘La Provincia’ di Cremona. E’ appassionato di metal, rock, blues e… dintorni, di fantascienza e di letteratura americana. Mail: fabio.guerreschi26@gmail.com Facebook: https://www.facebook.com/profile.php?id=100008920786679 Instagram: https://instagram.com/fabioguerreschi/

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Cinquant’anni fa c’era Woodstock e il sogno di vivere l’estate dell’amore. La speranza era costruire un mondo migliore che si reggesse sui pilastri della pace e dell’amore e fosse divulgato dall’arte — musica e letteratura —, mediatrice di libertà e uguaglianza. In sintesi l’ultima utopia giovanile della storia dell’Occidente.

Oggi c’è il Papeete Beach di Milano Marittima, con i suoi dj improvvisati. Anche loro credono di costruire un mondo migliore che si regga sui pilastri dell’arroganza e della discriminazione e utilizzano l’arte dello slogan come uno strumento finalizzato solo all’ottenimento del consenso. In sintesi l’ennesima ideologia del potere della storia dell’Occidente.

Due modelli culturali diametralmente opposti, ideologia e utopia — nell’analisi proposta dal sociologo tedesco Karl Mannheim nel 1929 —, ovvero cambiamento sociale e status quo. Tra i due poli c’è un abisso per contesto e valori di riferimento.
Quando Bob Dylan cantava The Times They Are a Changin’ nessuno avrebbe pensato che 50 anni dopo tornassero prepotentemente alla ribalta le atmosfere da Guerra fredda, l’incubo del nucleare, il disinteresse per l’ambiente, la povertà diffusa anche nel cuore dell’Occidente, le limitazioni alle libertà non solo economiche, ma anche dell’individuo.

Woodstock è stata l’ultima grande utopia giovanile dell’Occidente, affondata dai cosiddetti poteri forti, che ha segnato l’apice e contemporaneamente il tramonto della controcultura hippy. La notizia del fallimento dell'organizzazione dell’edizione per la celebrazione del cinquantenario di Woodstock è solo l’ultimo tassello di un sogno che si è sbriciolato, diventando incubo.
Ma qualcosa è rimasto di quel 15, 16, 17 agosto 1969. I 500 mila giovani che hanno partecipato a Woodstock hanno tracciato un sentiero, indicato una via, che si è scritta indelebilmente nella storia. Innanzitutto nella musica.

L’eredità musicale

Woodstock ha regalato alla storia della musica molte performance ancora oggi leggendarie, alcune animate da artisti addirittura al primo disco — e non ancora all’apice della popolarità — come Joe Cocker e Santana che trovarono in quel palco il trampolino di lancio per la loro straordinaria carriera. I Ten Years After di Alvin Lee conobbero il successo mondiale, Richie Havens entrò nella leggenda con la lunga improvvisazione di Freedom, Janis Joplin venne riconosciuta come un mito del rock al femminile. Su tutti Jimi Hendrix, che chiuse la tre giorni suonando quando il sole del lunedì era già alto: la sua versione di Star Spangled Banner — l’inno nazionale statunitense che la chitarra trasforma nella simulazione di un bombardamento aereo —, diventa l’inno contro la guerra del Vietnam. Lo show di Jimi resta uno dei momenti più alti della storia del rock. La tre giorni di Woodstock segna il punto più alto dell’estate dell’amore e del sogno hippy che aveva il suo epicentro dalla parte opposta degli Stati Uniti, sulla West Coast.

L’eredità spirituale

L’utopia hippy e gli Anni ’60 hanno generato una sorta di ‘lunga rivoluzione’. Un concetto magistralmente teorizzato dal sociologo Raymond Williams proprio negli Anni ’60 per dimostrare come alcuni fenomeni siano i motori di una lenta trasformazione (una ‘lunga rivoluzione’, appunto) che modifica in maniera radicale l’organizzazione politica e sociale. Gli ideali hippy — che hanno avuto il proprio epicentro sulla West Coast — rivivono, quasi fosse un paradosso, nella Silicon Valley. E’ la tesi — non nuova — di Franklin Foer nel libro I nuovi poteri forti. Come Google, Apple, Facebook e Amazon pensano per noi. Un paradosso, una provocazione, una degenerazione. Il mondo delle Big Tech si è sempre schierato con valori quali l’armonia globale, i diritti umani e la conoscenza libera e gratuita a disposizione di tutti. Ideali che mirano alla sconfitta dell’alienazione del genere umano, grazie alla collaborazione tra individui, che adesso è diventata connessione tra individui. E proprio qui, anche per vicinanza temporale, geografica e per reciproche frequentazioni tra hippy e Silicon Valley (la California degli Anni ’60) si è creato il passaggio di valori tra l’universo hippy e quello delle Big Tech. Ma per creare tutto questo, i giganti del web hanno tradito i loro stessi ideali, scegliendo la strada del monopolio, del controllo dei dati, della sopraffazione. Da ‘Peace and Love’ al ‘Grande fratello’, da Woodstock al Papeete Beach, dal pacifismo a Donald Trump, il passo è stato più breve e inaspettato del previsto, smentendo tutte le previsioni, comprese quelle dell’ultima grande utopia giovanile.

17 Agosto 2019